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14 luglio 2018 6 14 /07 /luglio /2018 08:39
Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

 Letteratura, cinema e teatro, un ritratto che non invecchia.

Il ritratto di Dorian Gray è un classico della letteratura, almeno così viene definito e ogni volta che si deve usare questa espressione bisognerebbe farlo con una certa riluttanza perché c'è una certa ipocrisia in questa connotazione e, aggiungo una certa supponenza che svaluta la grandezza di un'opera il cui valore non dipende certo dal tempo. Ma su questo argomento hanno riflettuto altri e in particolare Italo Calvino che non amava particolarmente questa convenzione in uso nella letteratura.
Il romanzo di Oscar Wilde ha dato origine a molte riduzioni cinematografiche e teatrali, alcune sono pregevolissime come quella del regista Oliver Parker il cui merito sta -a mio parere- nell'aver adattato sul grande schermo il capolavoro di Wilde dandone una sua particolarissima interpretazione. Qualcuno potrebbe obiettare che Parker è un amante di Wilde visto che aveva già diretto "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernesto", però io ho amato anche una vecchia pellicola che risale al 1945 e che a differenza del film di Parker presenta meno discrepanze rispetto al romanzo di Wilde.

Nel nostro disperato tentativo di restare al passo coi tempi dimentichiamo che tutto ciò che facciamo è condizionato dal tempo: il mito dell'edonismo non è nuovo, sin dall'antichità gli uomini hanno teorizzato che davanti alla caducità della vita,  l'unica cosa che rimane da fare è vivere il tempo cogliendo l'attimo; Orazio è stato il più importante teorizzatore del "carpe diem", ma la prospettiva di Wilde è diversa: perseguire l'eterna giovinezza per non soccombere e per distinguersi dal vivere mediocre degli altri

C'È UN PO' DI DORIAN GRAY IN OGNUNO DI NOI

Mi ha sempre colpito la figura di Dorian Gray, ingenuo, pieno di insicurezze, vanesio e pronto a vendere l'anima al diavolo in cambio della giovinezza che dura per sempre. Il suo modo di porsi nei confronti del ritratto che gli ha dipinto il pittore Basil Hallward è la parte più dolorosa e omissiva che mi ha sempre fatto pensare a come ci poniamo davanti a delle vecchie foto che ci ritraggono quando eravamo giovanissimi. Si potrebbe parlare del libro di Wilde partendo solo da una serie di considerazioni sul quel legame tra Dorian Gray e il quadro che nasconde le insidiose sembianze, ma vi è mai capitato di avere dei brividi e dei rimpianti davanti ad una foto che ci mette davanti a quello che non siamo più? Ciò che cambia però è il terribile mistero che nasconde Dorian Gray.
La storia è paradossale: solo Dorian potrà deliberatamente rinunciare al patto segreto facendo emergere la propria natura seguendo il proprio destino.

QUELLA DIABOLICA SEDUZIONE CONTEMPORANEA

Wilde da grande scrittore di razza qual'è sa scavare nelle nostre paure e ironia del destino anche noi ci troviamo a vivere in un frenetico inseguimento di una giovinezza persa per sempre; avete mai pensato che c'è una diabolica seduzione nel messaggio che trasmettono certe pubblicità? Sappiamo rinunciare alle nostre sembianze in cambio di una seducente promessa di ritornare giovani? Può capitare di essere angelicamente ispirati nel volere avere il volto da ventenne, ma il disperato obiettivo si tramuta presto in un'illusione; forse dovremo avere un giusto approccio con il benessere  e non ricercare di riconquistare la giovinezza passata.

Non si può parlare di Dorian Gray senza parlare di Lord Henry Wotton, una sorta di teorico della scienza dell'immortalità in versione ottocentesca, a metà tra Mefistefole e uno stregone, il vero responsabile della deriva di Dorian Gray che è una vittima indifesa nei confronti di un seduttore e manipolatore diabolico a cui però sfugge il completo controllo della situazione. Il pittore Basil Hallward  dà una definizione che di Dorian Gray che vale più di mille parole: " È una natura semplice e bella" e quasi intuendo le intenzioni del malefico Lord Wotton gli raccomanda di non gustarlo, ma si sa che il diavolo sa mentire e circuire facendo credere esattamente il contrario. Lord Wotton sa influenzare e parla spesso con una voce sommessa, con un tono musicalmente seducente.
Mi capita spesso di riflettere su una frase pronunciata da Lord Wotton che ad un certo punto dice "Noi siamo puniti per quello che rifiutiamo a noi stessi", c'è del vero in questa osservazione ma c'è anche una seduzione che nasconde un tranello; molti seguono questa regola auto imposta pensando di invertire la rotta ma è impossibile agire sul passato e spesso la punizione non è altro che il rimorso per non avere fatto quello che avremmo potuto fare.




ALCUNI AFORISMI TRATTI DA "IL RITRATTO DI DORIAN GRAY"

Oscar Wilde è stato uno dei più grandi creatori di aforismi, a differenza di Nietzsche però molte frasi celebri sono incastonate all'interno di un racconto, tra le numerose, condivido le seguenti:

  •  "La bellezza, la vera bellezza, finisce là dove l'espressione intellettuale inizia";
  •   "L'unico pregio del matrimonio è di rendere assolutamente necessaria per tutti e due una vita di inganno reciproco";
  •  "Il riso non è un brutto modo per cominciare un'amicizia, è sicuramente il miglior modo per finirla";
  •  "Influenzare qualcuno significa dargli la propria anima" ( Frase pronunciata da Lord Henry Wotton in presenza del pittore Basil che sta eseguendo il ritratto di Dorian Gray).




L'elenco potrebbe continuare, invito però il lettore a "sforzarsi" a rintracciare altre massime e a fare un esercizio utilissimo: prenderne nota; trovo che queste frasi possano essere utilissime in tanti contesti; "Il ritratto di Dorian Gray" non è solo un romanzo appassionante, è una stimolante lettura, un'ossessione che divora il lettore il quale cerca di cogliere una verità che alla fine sfugge come....la giovinezza perduta.

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Published by Caiomario - in Libri
11 luglio 2018 3 11 /07 /luglio /2018 04:50
Gaetano Salvemini: l'uomo, il politico, lo storico - Mirko Grasso

IL FEDERALISMO DEL SUD

Si parla molto del federalismo, un termine che può avere molti significati e che è stato invocato soprattutto dalla Lega degli  anni '80 e '90 che ne ha fatto il manifesto ideologico e spesso elettorale anche per le trattative di governo.
Secondo i sostenitori del federalismo lo stato centralista di origine giacobina sacrificherebbe gli interessi (economici) del Nord soprattutto attraverso il sistema di distribuzione delle entrate fiscali e la distribuzione della spesa pubblica.
Se questo che sembra un tema tipico dei profeti del federalismo recente, c'è stata una stagione (importantissima dal punto di vista della storia delle idee e della politica) in cui numerosi meridionalisti sostenevano il federalismo e l'autonomismo tra questi spicca Gaetano Salvemini.
Gaetano Salvemini fu un forte oppositore del centralismo dello stato sabaudo ed è curioso ed interessante che molte delle sue tesi sono state quelle sostenute in tempi recentissimi dalla Lega.
Salvemini senza dubbio era animato da una certa dose di utopia sulle possibilità di attuazione del federalismo e nutriva un eccessivo ottimismo sul grado di maturità delle popolazioni del Sud .

In questo bel libro di Mirko Grasso si ricostruisce la storia personale di Gaetano Salvemini, il suo pensiero, la sua attività di politico spesso polemico e quella di storico attento agli eventi a lui coevi con una particolare attenzione a fatti e circostanze che ne avrebbero influenzato lo svolgimento.
Particolarmente interessante è l'intrecciarsi della storia personale di Salvemini e delle sue proposte politiche come quelle che riguardavano, oltre alla critica dello stato centralista, una possibile alleanza tra i contadini del Sud e gli operai del Nord; altrettanto interessanti sono le posizioni di Salvemini per quel che riguarda il riformismo a cui polemicamente spesso si rivolse, dando origine a una sorta di riformismo dissidente critico che tuttavia non si abbandonò mai a degenerazioni extra-parlamentari.
Al contrario Salvemini fu sempre un intrasingente sostenitore del parlamentarismo quale mezzo per risolvere qualsiasi controversia e per combattere qualsiasi forza antidemocratica.
Altrettanto interessante è la sezione che riguarda il Salvemini storico, per Salvemini la Storia era prima di tutto una scienza che aveva il compito non solo di raccontare le vicende di sovrani, capi di stato, condottieri ma anche e soprattutto di spiegare e comprendere le vicende che avrebbero determinato il loro agire.
La stessa problematica meridionalista affrontata con vigore e vis polemica nasceva da questo modo di concepire la storia che era prima di tutto una concezione che aveva il suo substrato nella sua concezione politica refrattaria ad ogni forma di ideologismo che fosse di sinistra o di destra.
Il suo riformismo era lontano dalle posizioni di un Turati a cui rimproverava di accontentarsi ma era anche refrattario a tutte le forme di clericalismo che oggi verrebbe definito catto-comunismo.
L'approdo a detreminate proposte politiche seppur velato da un certo utopismo era strettamente legato alla sua attività di storico caratterizzata da un'attenta ricognizione delle prove documentali e delle fonti a cui, con certosina attenzione, dava un'importanza fondamentale per poter fare una corretta analisi scientifica  dei fatti storici.
Il libro è interessante anche perché organicamente ricostruisce le tappe più importanti della vita di Salvemini, delle sue amicizie, delle sue conoscenze, dei suoi contatti e delle sue inimicizie politiche culturali.
Salvemini fu regionalista e federalista ma prima di tutto fu un anticipatore dei tempi per quanto riguarda la questione meridionale che ha sempre visto come una "questione nazionale" e pensava che un ruolo fondamentale e politico avesse la scuola, uno strumento forte per educare le giovani generazioni a un senso civico e predisporli ad un'attenta considerazione degli interessi nazionali.
Proprio da questa convinzione, Salvemini riteneva che nessun governo nazionale potesse trascurare il bilancio destinato alla istruzione e alla scuola, una scuola laica che avesse come fine quello di formare le nuove classi dirigenti competenti e pronte ad affrontare le sfide con il futuro.

In questo e in molti altri aspetti sta l'attualità di Salvemini e il libro di Mirko Grasso è l'occasione per conoscere le vicende biografiche, i pensieri, le proposte di un grande intellettuale che fu politico, educatore e storico.
Il libro scritto in occasione del cinquantenario della morte di Salvemini pur rispettando il rigore delle fonti è di agevole lettura e di particolare interesse perché arricchito anche dall'inserimento del discorso di Norberto Bobbio intitolato "Perché Salvemini", oltre ad una serie di testi di intellettuali del calibro di Sergio Bucchi e Ernesto Rossi.
Particolarmente pregevole è l'allegato CD che permette di ascoltare la voce di Salvemini e un suo ricordo di Piero Gobetti.
Ampio è anche il corredo fotografico che permette di arricchire ulteriormente la conoscenza di Gaetano Salvemini.

Mirko Grasso
Gaetano Salvemini: l'uomo, il politico, lo storico
Edizioni Kurumuny
Anno di pubblicazione 2007

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Published by Caiomario - in Libri
6 luglio 2018 5 06 /07 /luglio /2018 11:44
Sociologia delle migrazioni - Maurizio Ambrosini

Nell'epoca dei formidabili cambiamenti come l'attuale, il fenomeno della migrazione assume dei contorni di straordinaria complessità, un fenomeno come quello della immigrazione non può essere affrontato con soluzioni che tendono semplicemente a "fare arrivare" individui che provengono da culture e contesti diversi rispetto a quelli delle società di destinazione.
Dall'altro canto, ormai da tempo, si assiste anche al fenomeno inverso della "carità istituzionale" che lascia altrettanto perplessi perché non solo non favorisce l'integrazione degli immigrati ma ne auspica paradossalmente la marginalizzazione.

Anche sul piano linguistico il titolo del libro sembra aver ceduto alla tendenza linguistica di definire  la "migrazione" e  i cosiddetti "migranti" come immigrazione e come immigrati, assimilando (inconsciamente) questi spostamenti di massa al fenomeno della migrazione degli animali, i soli a migrare per ragioni di carattere climatico finalizzate alla ricerca del cibo.
Non si tratta di una questione da poco perché le definizioni assumono sempre un valore culturale e quando il linguaggio cambia significa che cambia anche il modo di percepire un fenomeno.
Nella dialettica culturale che anche in Italia si è sviluppata negli ultimi vent'anni sul tema dell'immigrazione si è spesso elusa l'analisi delle cause provocanti l'immigrazione e nello stesso tempo, paradossalmente, ci sono stati consistenti strati della società italiana che l'hanno favorita.

È innegabile che la mancanza di programmazione di una seria politica dell'immigrazione che fosse meno conflittuale, avrebbe sicuramente favorito una maggiore integrazione di individui che vivono ai margini della società o che sono venuti in Italia solo per delinquere (vedi il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione nigeriana o dello spaccio degli stupefacenti in mano a bande si sudamericani o magrebini), ma è altrettanto vero che in due decenni la "migrazione" si è trovata a competere con vasti strati della popolazione occidentale dalle risorse economiche sempre più limitate.

Per comprendere il fenomeno andando al di là dei soliti luoghi comuni la lettura del  libro "Sociologia delle migrazioni" di Maurizio Ambrosini è la risposta migliore per comprendere il fenomeno; la lettura del volume esige certamente impegno e applicazione ma nello stesso tempo sgombra il campo da quella "percezione negativa" che si ha del fenomeno ricomponendo quella frattura insanabile che ha dei riflessi anche sulla vita politica.
Senza dubbio Ambrosini è uno specialista della materia che sviscera  tutta la problematica andando al di là della superficiale rappresentazione largamente diffusa in una parte della  pubblica opinione, ma anche il "non specialista" poco avvezzo ai metodi dell'indagine sociologica potrà trovare nella lettura del libro una risposta a un fenomeno che da sempre caratterizza la società degli uomini.
A differenza di quanto si possa pensare le società antiche erano molto meno chiuse di  quelle postindustriali contemporanee e i fenomeni migratori facevano parte di quelle società, basti pensare, ad esempio, a Roma che vide letterati, artisti, imperatori e comuni cittadini provenienti dalle più svariate parti delle province romane, diventare parte attiva della vita politica e sociale.
Gli esempi, a questo proposito sono innumerevoli, è sufficiente pensare che l'atteggiamento di Roma fu lungimirante e pragmatico nei confronti della migrazione dell'epoca, ai Romani non interessava il colore della pelle o la religione di appartenenza, le uniche due cose importanti erano che i cittadini pagassero le tasse e rispettassero (formalmente) l'imperatore.
E' bene ricordarlo come è bene rammentare che l'immigrazione può diventare uno straordinario fenomeno di ricchezza se si abbandonano le politiche dell'assistenzialismo che continuano a mantenere poveri quelli che già in partenza non avevano niente.

La sociologia ha sempre dedicato e continua a dedicare i maggiori sforzi per comprendere i cambiamenti che avvengono nelle società, a tal proposito è interessante conoscere quanto scrive Ambrosini nel sito da lui curato:

" L'Italia non sta diventando multietnica perché qualche scriteriato ha aperto le frontiere. Il cambiamento avviene per dinamiche ed esigenze che hanno origine all'interno della nostra società, e in modo specifico nel mercato del lavoro. Discriminare o ritardare l'accesso alla cittadinanza rischia di portare acqua proprio al mulino di quel fondamentalismo che si vorrebbe contrastare. Mentre la legge che definisce reato la permanenza nel nostro territorio senza permesso di soggiorno è inapplicabile per mancanza di strutture e mezzi adeguati, prima ancora che anticostituzionale".

La chiave di lettura del fenomeno del cambiamento è tutta qui: il mercato del lavoro è cambiato e sono cambiate anche le richieste della società.
Una siffatta interpretazione non può che derivare dalla riflessione globale di un determinato fenomeno in una determinata società.
Non c'è dubbio che ogni interpretazione sociologica riflette la visione di chi l'ha costruita, nessuna riflessione sociologica può quindi essere neutrale dal momento che viene proposta una chiave di lettura dei termini ritenuti essenziali per la spiegazione di un fenomeno; in questo senso l'analisi sociologica di Ambrosini non può definirsi neutra in quanto l'impostazione socio-economica del fenomeno potrebbe sembrare l'unica chiave di lettura del fenomeno, ma il condizionale è d'obbligo in quanto la riflessione si sposta anche su tutti gli effetti della causa come ad esempio le relazioni familiari, la politica migratoria e il fenomeno della xenofobia.
Resta qualche dubbio sulle soluzioni pragmatiche da applicare in quanto storicamente nessuna società è in grado di accogliere illimitatamente grandi numeri di immigrati, così è stato in passato anche per gli immigrati italiani che dopo un primo periodo in cui "bastava partire" perché erano sufficienti le braccia, hanno dovuto fare i conti con le politiche dei flussi introdotte dai vari stati di destinazione (Stati Uniti e Australia tra tutti).

Titolo: Sociologia delle migrazioni
Autore: Ambrosini Maurizio
Anno di pubblicazione 2005
Editore Il Mulino  (collana Manuali. Sociologia)

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Published by Caiomario - in Libri
5 luglio 2018 4 05 /07 /luglio /2018 06:17
Lector in fabula - Umberto Eco

La logica del lettore, l'interpretazione di un testo  e la sua partecipazione


Qualsiasi lettore impegnato ha la straordinaria capacità più o meno consapevole di suddividere in gruppi e classificare le parole ricorrendo a criteri che prendono come punto di riferimento il significato e il significante.
Se quindi è quasi impossibile fare una cesura di questi due aspetti, ossia del segno e della parola, diventa interessante capire come avviene questo processo di formazione che aiuta a decodificare un testo.

Lector in fabula di Umberto Eco è un saggio edito per la prima volta nel 1979 che (in termini molto sintetici) può essere definito lo "svelamento del processo che sta alla base della lettura di un testo", l'obiettivo di Eco -a mio parere- è forse ambizioso, ma fondamentale e del resto il postulato in base al quale un testo per essere compreso deve avere un lettore disposto ad accoglierne il significato, è già di per se allusivo per quanto riguarda i lettori destinatari a cui si rivolge il testo.

Da questo punto di vista la lettura di un testo necessita sempre una forma di cooperazione da parte del lettore, questo è anche l'atteggiamento richiesto a chiunque usufruisca di un'opera dell'ingegno come può essere un quadro, una scultura ecc; colui il quale guarda un'opera d'arte si trova nella stessa situazione di un lettore per ciò che concerne la reazione alla capacità di accoglierne il significato dal punto di vista della propria valutazione personale.
Il problema affrontato da Eco in Lector in fabula è il frutto di un lungo percorso di riflessione,  infatti già nel 1962 -è lui stesso a ricordarlo nell'introduzione del saggio- dice Eco "mi ponevo il problema di come un'opera d'arte da un lato postulasse un libero intervento interpretativo da parte dei propri destinatari e dall'altro esibisse caratteristiche strutturali che insieme stimolavano e regolavano l'ordine delle sue interpretazioni".

Questo processo avviene anche quando leggiamo un testo, prendiamo ad esempio due persone che affrontano la lettura del medesimo testo, a livello connotativo cosa succede? Le stesse parole possono acquistare un significato particolare che si ricollega a ciò che la parola stessa può significare. La lettura partecipativa di un testo è quindi sempre evocativa e qui si entra nel campo della individualità ossia dell'interpretazione che coinvolge reazioni e sentimenti.
Eco affronta un tema che da sempre mi ha affascinato: quello del significato che riusciamo ad accogliere dopo aver letto un testo che -è bene ricordarlo- non è mai esaustivo, ma rimanda a tutta una serie di concetti non detti che sta al lettore cogliere e sviluppare.
Una parola non vive da sola, è sempre in relazione con le altre, possiamo dunque scegliere una parola e costruire un'area di associazioni: ad esempio la parola "buio" può fare pensare alla notte, alla morte, ma anche al suo contrario, la luce.
Le associazioni che noi facciamo quando leggiamo un testo nascono per lo più dall'intuizione e se ci soffermiamo a pensare a queste correlazioni, facciamo molta fatica a capire fino in fondo le relazioni logiche intercorrenti.
Eco affronta il tema dell'ipertestualità vale a dire del significato che va oltre  il testo che è formato da un insieme di parole che possono avere più significati; quando noi leggiamo un testo, ad esempio, siamo consapevoli del fatto che il criterio di scelta di quel determinato vocabolo o dell'espressione più efficace dipendono dal contesto, ma quel contesto si presta a chiavi di lettura differenti, tuttavia -è questo il punto di maggior interesse del saggio- si pone un problema che è quello del significato del testo che vada al di là delle varie interpretazioni che si succedono nel tempo.

LA QUESTIONE SUL SIGNIFICATO VALE PER QUALUNQUE TESTO

Eco pone un problema che dovrebbe essere in cima alle priorità di ogni lettore ma in primis di ogni studioso che si trovi ad affrontare la lettura di un testo scritto in un determinato periodo storico e in un particolare contesto culturale (ogni contesto lo è). Troppo spesso, infatti lo stesso testo viene interpretato secondo le sensibilità culturali dei tempi e ciò comporta delle inevitabili distorsioni interpretative. E' corretto questo modo di procedere?
Molti testi non possono essere affrontati come "opere aperte" in quanto si rischia in tal modo di mascherare le reali intenzioni dell'autore, Eco fa riferimento a un sonetto di Baudelaire trattato insieme allo semiologo e linguista Roman Jakobson come una struttura chiusa, cristallizzata nel tempo proprio per coglierne appieno il significato originario.
Tuttavia tale modo di procedere apre numerose questioni, Eco parla di "operazioni complesse di inferenza testuale", che comunque presuppongono sempre il ruolo del lettore visto come un soggetto attivo che fa parte del "quadro generale del testo stesso".

Per quanto riguarda la fruibilità del testo, credo che gli argomenti affrontati   presuppongano un atteggiamento cauto, nel senso che alla riflessione dell'autore debba rispondere quella del lettore; in questo senso è il caso di usare le stesse parole di Eco che parla di "meccanica di cooperazione interpretativa del testo", ma dinanzi ad un testo difficile e complesso l'atteggiamento giusto è quello di darsi un metodo di lettura, a tal proposito consiglio di procedere ad una lettura selettiva di alcuni capitoli ( primo fra tutti "Il lettore modello") e poi di ritornare sul testo prendendo appunti.

Consiglio la lettura di Lector in fabula anche agli studenti di filosofia e di teologia (un anche motivato dal fatto che gli insegnanti e gli studenti di filosofia dovrebbero fare i conti con la parte linguistica e interpretativa di una determinata teoria spesso passivamente appresa dalla lettura dei manuali); segnalo a riguardo quella parte del libro che affronta la "Retorica Speculativa".
 Il lettore sarà sicuramente messo alla prova da un'analisi così impegnativa come quella elaborata da Eco, ma la lettura della Divina Commedia e della Bibbia aprono le stesse problematiche e richiedono un impegno anche maggiore ( se no si fanno dei disastri interpretativi), è bene esserne consapevoli altrimenti si corre il rischio di fare scivolare le parole come l'acqua del fiume,  tutto scorre e non rimane niente.

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3 luglio 2018 2 03 /07 /luglio /2018 17:45
Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea - Vera Zamagni

Nel settore degli studi di economia  Vera Zamagni è ormai da tempo un punto di riferimento per tutti coloro che si interessano di  processi economici, storia, industria e trasformazioni del tessuto produttivo.
Per chi non conoscesse l'autrice può essere utile sapere che vi sono due tipi di studiosi: quelli che rimangono nel solo ambito specialistico e sono letti solo da altri studiosi e quelli che, pur osservando un'impostazione scientifica nei loro scritti, possono rivolgersi anche ad un pubblico non specialistico senza correre il rischio di non essere capiti, Vera Zamagni senza dubbio appartiene al secondo tipo.
Proporsi, dunque, di curare l'edizione di uno studio che tratti un periodo complesso che va dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea e che abbia due requisiti fondamentali, da una parte il rigore scientifico e l'esattezza delle informazioni e dall'altra la capacità della comunicazione divulgativa, deve avere come presupposto l'individuazione di un pubblico di lettori cui un opera come questa possa, e debba rivolgersi.

I lettori di economia negli ultimi anni sono cresciuti rapidamente anche perché viviamo in un periodo in cui l'economia domina ogni aspetto, tuttavia sono pochi i saggi che meritano l'apprezzamento anche da parte di quei lettori che si interrogano sul perché e sul come di determinati fenomeni.
L'economia non è solo materia da "professori" e non può essere ridotta a grafici e calcoli, l'economia è prima di tutto storia che si interroga sul proprio passato.
E del resto, la diffusione dell'esigenza di una più esatta documentazione sullo svolgersi dei processi economici di oggi e di ieri si va imponendo non solo tra gli studenti universitari delle facoltà di economia, storia, sociologia ecc ma anche tra coloro che sentono la necessità di completare la propria formazione culturale o semplicemente abbiano curiosità nei confronti dei fatti della nostra storia passata e recente.

"Dalla rivoluzione industriale all'integrazione europea. Breve storia economica dell'Europa contemporanea" è un saggio in cui vengono disegnate le fasi principali di una storia del processo economico che parte da quel processo di evoluzione economica che viene denominato "Rivoluzione industriale" che fu essenzialmente un fenomeno di natura economico-produttiva a quel fenomeno che viene definito di "integrazione europea".
La scelta di partire dalla rivoluzione industriale costituisce anche per il lettore una straordinaria occasione per comprendere gli effetti che vi furono sul piano sociale non solo in Inghilterra ma anche negli altri paesi europei.
Per capire quello che siamo dobbiamo necessariamente partire da quel periodo che si caratterizzò per essere un fenomeno che ridisegnò la mappa demografica dell'intera Europa dando origine, in primis, ad un processo di urbanizzazione che può dirsi non ancora concluso.
La nascita dei lavoratori salariati sempre più esposti alle fluttuazione del mercato del lavoro è una caratteristica dei tempi moderni e nessuna crisi (compresa quella attuale) può essere compresa senza che si comprenda il fenomeno dell'urbanesimo industriale e le conseguenze che ciò determinò sugli stili di vita.
Quando si parla di proletariato di fabbrica si rischia sempre di usare una terminologia desueta, tuttavia il corso drammatico di tutte le vicende europee e i suoi risvolti di tipo ideologico viene da lontano.
Il Settecento fu un secolo in cui si verificarono straordinarie trasformazioni, gli storici non a torto parlano anche di "rivoluzione demografica", possiamo quindi dire che i cittadini dell'Europa di Mastricht sono figli di quella rivoluzione.
Personalmente mi sono occupato (da lettore curioso ai fatti del mondo e per motivi di studio) dei testi dell'economista francese J.A. Blanqui, un classico per tutti coloro che vogliono studiare quel periodo, ma il testo fondamentale che dal punto di vista didattico mi ha permesso di comprendere il fenomeno è stato "Che cos'è la rivoluzione industriale?" di C.Fohlen, tuttavia il saggio storico-economico della Zamagni ha il pregio di ripercorrere in modo sintetico (dote non facile da trovare tra gli studiosi) tutte le trasformazioni avvenute nel sistema economico europeo.
L'analisi delle principali economie nazionali europee è anche l'occasione per comprendere la nascita dei sanguinosi conflitti che hanno dilaniato l'Europa nel secolo XX.
Due importanti effetti della rivoluzione industriale si sono avuti nelle economie delle principali nazioni europee: l'aumento della produzione da una parte e l'accumulo di capitali che dovevano essere reinvestiti dall'altra.
Di particolare interesse è la parte del saggio che si occupa delle economie nazionali nell'Ottocento quando l'aumento della produzione e del capitale da investire andava di pari passo alla nascita di nuovi impianti produttivi, all'abbondanza delle merci offerte. In questa spirale che sembrava non avere mai fine nacquero poi quelle tensioni che poi portarono alle crisi degli anni venti e trenta che furono crisi non più europee ma globali.
Si verificò una situazione che in certo senso presenta delle analogie con la crisi finanziaria odierna, una crisi globale che nasce negli Stati Uniti e si diffonde in Europa con degli esiti che è difficile, allo stato attuale prevedere.
Pur essendoci delle differenze tra i vari processi economici, la lettura storica dei fatti e delle trasformazioni che si sono avute in un periodo così lungo, permette di comprendere come il fenomeno dell'integrazione europea manchi di quella integrazione culturale che sarebbe stato necessario per fronteggiare la crisi.
Ovviamente per comprendere gli ultimi sviluppi dell'economia si imporrebbe l'esigenza, da parte del lettore, di un aggiornamento storico degli avvenimenti in quanto in 13 anni (il libro è stato pubblicato nel 1999) sono avvenuti dei fatti che hanno cambiato il mondo, ma  ciò sta nella natura stessa di di ogni attività di ricerca storica che non può dirsi mai davvero conclusa.

Vera Negri Zamagni è professore aggiunto di storia dell'economia all'Università di Bologna ed è nota anche per i numerosi studi sulle principali realtà industriali italiane.

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3 luglio 2018 2 03 /07 /luglio /2018 17:36
Scritti e discorsi di cultura industriale - Libero Bigiaretti

I rapporti tra letteratura ed industria sono stati da sempre a doppio filo con l'impegno politico e civile, basti pensare ad un grande narratore come Paolo Volponi (1924-1994) che elabora tutta la sua produzione letteraria dopo avere avuto un'importante esperienza lavorativa all'interno del mondo industriale prima con Adriano Olivetti e poi con la FIAT.
L'idea di una letteratura che trattasse i temi dell'industria e del mondo del lavoro non è nuova nel panorama culturale italiano, già Elio Vittorini nel 1961 sulla rivista letteraria "Menabò" aveva sentito l'esigenza di delineare un quadro programmatico di una letteratura che fosse adeguata all'industria; i risultati sul piano letterario non sono mancati come anche quelli che hanno riguardato saggi e studi sulla materia. Per quanto riguarda l'ambito letterario meritano senz'altro una menzione Ottiero Ottieri che scrisse "Tempi stretti" e "Donnarumma" e Goffredo Parise con "Il padrone", entrambi gli autori possono essere considerati come i rappresentanti di una letteratura che ha affrontato sul piano letterario la tematica industriale partendo da un solido retroterra culturale in cui si era da tempo formata una coscienza nei confronti della realtà moderna della fabbrica.

Sul versante della saggistica "Scritti e discorsi di cultura industriale" di Libero Bigiaretti si può inscrivere in quel filone di scritti critici che hanno affrontato la tematica industriale nel quadro di un forte impegno politico inteso nel senso più nobile della parola, ma Bigiaretti ha sicuramente il merito di avere apportato una novità rispetto ai saggi "militanti": quello della valorizzazione di un certo modo di fare industria intesa come "struttura aperta" alla comunità e al territorio.

Libero Bigiaretti dopo l'esperienza lavorativa nella Olivetti di Ivrea con Adriano Olivetti affrontò delle tematiche dando una chiave di lettura che è stata precorritrice dei tempi rispetto proponendosi come avanguardia di quella coscienza critica propositiva di cui -a mio parere- sentiamo urgente bisogno soprattutto oggi.
Io penso che l'industria non sia un moloch da combattere, ma questa idea non la avevano neanche i protomarxisti, credo che ogni forma di luddismo vada contro i tempi e non sia in sintonia con gli inevitabili cambiamenti che il progresso tecnologico impone, purtroppo oggi si parla troppo a sproposito di impresa, mancano figure come quelle di Adriano Olivetti e di Libero Bigiaretti.
Sul piano del linguaggio delle immagini (il tema affrontato nel libro) si nota immediatamente l'inconsistenza di certe  proposte quando si parla di "riforma del mercato del lavoro". Oggi si avverte un vero e proprio vuoto di rappresentanza non solo sindacale ma anche culturale, manca uno stile di serietà e credibilità perché lo stesso linguaggio delle immagini è basato esclusivamente sull'effimero e non riesce a trasmettere quella solidità che una struttura d'impresa dovrebbe avere per competere sul mercato.
La verità è che molti imprenditori hanno smesso di produrre beni e si sono concentrati nella finanza, questa distorsione del modo di fare impresa ha distrutto il lavoro e depauperizzato il paese che manca di una politica industriale seria e che sappia vedere lontano.
Anche questi aspetti rientrano nel modo di fare comunicazione e trasmettere informazioni tramite il linguaggio delle immagini: un caso emblematico è quello di Sergio Marchionne che probabilmente in futuro sarà ricordato anche come l'uomo che indossava sempre un maglione blu e che ha voluto togliere i 10 minuti di pausa ai lavoratori, più efficace invece, pur nella estremizzazione caricaturale, è il Marchionne di Crozza che con il suo "Non mi dovete dire grazie" è riuscito a sintetizzare un modo di comunicare che riesce a tramettere solo arroganza e chiusura, siamo lontani anni luce da una personalità potente come quella di Adriano Olivetti.

Libero Bigiaretti nel trattare il linguaggio delle immagini si dimostra modernissimo perché la sua riflessione non è teoria ma nasce da quell'esperimento di fare impresa e di organizzare l'industria che fu in parte attuata da quello straordinario intellettuale che fu Adriano Olivetti, caso più unico che raro nel panorama industriale italiano.
Lo stile di scrittura del libro è agile, la brevità del libro (solo 152 pagine) non scade nella superficialità, al contrario la scelta di trattare diverse questioni e in particolare quello del linguaggio delle immagini, stimola la riflessione sul modo di comunicare le informazioni, un modo che è profondamente cambiato negli anni segnando un'involuzione del linguaggio che è anche segno di quella crisi di valori morali che investe il mondo dell'impresa.
E' vero, ogni epoca ha le sue specificità la reclame degli anni Venti del secolo XX usa un linguaggio che è profondamente diverso rispetto a quello utilizzato negli spot pubblicitari odierni, ma è cambiato anche profondamente il modo di concepire l'impresa e si comunicare così come è mutato il modo di narrare i prodotti.

In molte aziende si è sentita la necessità di introdurre la figura del "Responsabile delle relazioni esterne" la cui funzione è quella di tenere i rapporti con la stampa, con gli organi di informazione e con quelli istituzionali (enti, sindacati ecc), ma il progresso tecnologico ha ancora una volta sconvolto il linguaggio delle immagini che oggi passa attraverso i social network e i siti di opinione dei consumatori.
Non basta più l'immagine serve la concretezza, il consumatore è più smaliziato, più informato, il tam tam che passa attraverso la rete è in grado di vanificare una campagna pubblicitaria, oggi in definitiva contano i fatti perché è andata affermandosi una coscienza critica che bada al sodo e va oltre la scorza delle immagini e dell'effimero.
 È  bene che le aziende e il mondo dell'industria ne tengano conto, per vendere i propri prodotti bisogna domandarsi anche  quali siano i fini aziendali, Libero Bigiaretti  da buon profeta lo aveva capito, abbiamo bisogno di fatti.

Titolo: Scritti e discorsi di cultura industriale
Autore: Libero Bigiaretti
Editore: Hacca
Tipo: Saggio
Pagine: 152
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo. 12 euro

 

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Published by Caiomario - in Libri
1 luglio 2018 7 01 /07 /luglio /2018 16:45

Io ero l'Europa. Ero la storia d'Europa, la civiltà d'Europa, la poesia, l'arte, tutte le glorie e tutti i misteri dell'Europa. E mi sentivo insieme oppresso, distrutto, fucilato, invaso, liberato, mi sentivo vigliacco ed eroe, bastard e charming, amico e nemico, vinto e vincitore. E mi sentivo anche una persona per bene: ma era difficile far capire a quegli onesti americani che c'è della gente onesta anche in Europa. - Curzio Malaparte -

La pelle

Curzio Malaparte - La pelle

Dove collocare un romanzo come "La pelle" di Curzio Malaparte? Penso che ogni tentativo di catalogazione e di riduzione a canoni letterari codificati  risulti inadeguato in quanto "La pelle" è uno dei più straordinari esempi di un racconto unico che è nel contempo diario storico e testimonianza diretta di uno degli indiscussi protagonisti della letteratura italiana. Vorrei insistere sulla unicità de "La pelle", prova ne è il fatto che nessuno, dopo Malaparte, ha affrontato l'argomento in termini così provocatori, in quanto sarebbe stato impossibile riprodurre quelle specificità e quel clima che si ritrovano nel racconto di Malaparte.  Non c'è dubbio che Malaparte avrebbe malgradito che la storia tormentata e scandalosa dell'Italia liberata rimanesse solo un racconto perché è pur vero che di questo si tratta, ma è impossibile leggere "La pelle" senza domandarsi di cosa sia stata la presenza degli americani in Italia dallo sbarco in Sicilia in poi. Qualcuno potrebbe anche obiettare che bisognerebbe circoscrivere "La pelle" a Napoli e solo a Napoli perché nulla di ciò che ha raccontato Malaparte è accaduto in altre parti d'Italia. 

Appare evidente che Malaparte attraversò un momento di grande inquietudine e di dubbi quando si verificarono i fatti di Napoli dove la Liberazione venne vissuta con entusiasmo ma anche come occasione di sopravvivenza. Sicuramente il rapporto tra vinti e vincitori non può essere simmetrico ma nel caso della Liberazione a Napoli accadde qualcosa che innescò un meccanismo perverso in cui il vincitore  poteva "liberare" i suoi istinti con il vinto che a sua volta poteva esercitare un certo potere da cui sicuramente traeva non pochi vantaggi. Emblematiche risultano le parole di Malaparte su questo punto: 

"Ma, non ostante l'universale e sincero entusiasmo, non v'era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell'animo del popolo. Era fuori di dubbio che l'Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. E certo assai più difficili perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti sono buoni, non tutti son capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto" (1)

Sì l'Italia aveva perso la guerra ma i napoletani non si sentivano un popolo vinto,  ancora su questo aspetto tutto napoletano Malaparte scrive:

"Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto" (2)

La questione se vogliamo è tutta in questo interrogativo che contiene una risposta che comprende e spiega. L'occupazione alleata a Napoli fece i conti con una massa multiforme da corte dei miracoli dove le uniche due attività che contavano erano "comprare" e "vendere", la Liberazione avrebbe dovuto invece fare i conti con un popolo vinto che mantenendo integra la sua dignità avrebbe dovuto guardare al futuro. Non fu così. Ed è noto, troppo noto, il fatto che il racconto del maledetto toscano venne  poi messo al bando dal consiglio comunale di Napoli, una tardiva e patetica reazione di retroguardia piuttosto che lo scatto d'orgoglio di chi non avrebbe dovuto sentirsi occupato e comprato. La colpa si può dividere e in questa storia "Principi e lazzaroni" (per usare le parole di Malaparte), seppur con gradualità diverse, hanno avuto le loro colpe, ma è difficile non trovare colpe  nella umana natura, tuttavia pensare che il fenomeno della genuflessione nei confronti dei liberatori fosse un caso napoletano è un errore e sarebbe una mistificazione storica, ma domandiamoci se oggi non accade esattamente la stessa cosa. La questione da rigettare non è sottomettersi ma quella di calpestare la propria dignità,  sapere vivere l'umiliazione (purtroppo è da sempre costume degli americani infliggere ai vinti questo trattamento) non vuole dire assolutamente mettersi in vendita anche se si muore di fame. Possiamo storicizzare, comprendere, capire ma dobbiamo ammettere che non tutti i popoli reagirono alla sconfitta nello stesso modo e  questo è il punto su cui antropologicamente bisognerebbe farsi molte domande.Nessuno obbligò molte donne napoletane a vendere il proprio corpo  ai vincitori con la messinscena della parrucca, anche se vinte e misere quello stratagemma ripugna e un po' diverte.  La parrucca -a mio parere- ben rappresenta simbolicamente il punto più basso del degrado a cui arrivò un'umanità che sembrava aver perso ogni freno inibitorio.

Ciò non toglie che "miseria e nobiltà" convivano sempre anche nelle realtà più degradate. 

  Malaparte è perfettamente consapevole che dopo una guerra bisogna fare i conti con i vinti e con i vincitori e si domanda se  sia più difficile il mestiere del vinto o del vincitore, ma sulla differenza di valore non ha dubbi al punto di affermare quasi come se fosse una sentenza da scolpire su pietra:

"Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori" (3)

Ci dovremmo chiedere se i racconti scandalosi e sconvolgenti raccontati da Malaparte possano avere ancora un significato oggi, ma si è quasi certi che i Gendarmi della Memoria (prendo a prestito un'espressione di  Giampaolo Pansa che è anche il titolo di un suo fortunato libro), non permetterebbero che Malaparte venisse letto a scuola insieme a Moravia, a Pasolini, a Elsa Morante, a Vittorini etc. insomma a tutti i protagonisti della letteratura italiana del dopoguerra. Non si è in malafede nel ritenere che ancora oggi si preferirebbe mettere da parte Malaparte, semplicemente ignorandolo, quasi come se questo giornalista, prosatore, saggista e commediografo non fosse esistito. Si è troppo abituati ad un'ipocrisia di facciata che negli ultimi tempi ha rialzato la spocchia di sempre, questa spocchia che seleziona e omertosamente accantona non può permettersi di riabilitare Malaparte, fascista convinto prima, marxista dopo ma sempre eretico e contro anche nelle collusioni con il potere.

Ad maiora.

________________________________________________________________

Il romanzo "La pelle" venne pubblicato la prima volta in Francia nel 1947, all'edizione francese seguì poi la pubblicazione in Italia nel 1949 dove le vendite, come viene riportato nel retro di copertina, "superarono il milione di copie".

Il libro si compone di 12 capitoli, nell'edizione per i tipi della Garzanti del 1967 è presente uno scritto autobiografico di Malaparte che l'editore decise di pubblicare per fare comprendere le "intenzioni perseguite dall'Autore nella sua tanto discussa opera".

  • La peste
  • La vergine di Napoli
  • Le parrucche
  • Le rose di carne
  • Il figlio di Adamo
  • Il vento nero
  • Il pranzo del Generale Cork
  • Trionfo di Clorinda
  • La pioggia di fuoco
  • La bandiera
  • Il processo
  • Il dio morto
  • Documenti autobiografici

__________________________________________________

(1) Curzio Malaparte, La pelle, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1967, p. 9.

(2) Ibidem, p.10.

(3) ibidem, p. 329.

 

Potrebbe anche interessarti:

 

 

Preferivo la guerra, alla peste che dopo la liberazione, ci aveva tutti sporcati, corrotti, umiliati, tutti, uomini, donne, bambini. Prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire, Ora lottavamo e soffrivamo per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce. - Curzio Malaparte -

La pelle

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1 giugno 2018 5 01 /06 /giugno /2018 06:14
Taccuino di un vecchio sporcaccione - Charles Bukowski

Ho letto la versione integrale di "Notes of a dirty old man" nel 1981, l'edizione in mio possesso è stata pubblicata dalla "Universale Economica Feltrinelli" con il titolo "Taccuino di un vecchio porco" (una variante rispetto a quella di "sporcaccione" che non stravolge tuttavia il significato  del titolo originario). Pongo all'attenzione dei lettori questa edizione in particolare, in quanto è la stessa pubblicata per la prima volta in Italia dall'editore Ugo Ganda nel 1979. Detta edizione contiene una pregevole introduzione del critico letterario Carlo A. Corsi e una nota nel retro copertina di Giovanni Raboni.

Non si può non condividere il giudizio espresso da Corsi a proposito della pubblicazione delle opere di Bukowki in Italia, i cui effetti vengono paragonati a quelli di un ciclone ed effettivamente quello che era all'epoca un "nuovo romanziere americano" riuscì non solo a scandalizzare, ma anche a trovare dei veri e propri seguaci.
La specificità "americana" di Bukowski non è nuova, alcuni tratti come la solitudine, la violenza e il ribellismo "on the road" non rappresentano una novità assoluta, insomma c'è molto Kerouac in Bukowski ed è facile trovare nelle pagine del "Taccuino di un vecchio sporcaccione" molte corrispondenze almeno per quanto riguarda il linguaggio.
Tuttavia le differenze tra questi due irregolari della letteratura esistono e sono ben evidenti anche se il retroterra culturale da cui attingono è in parte lo stesso; i critici letterari inquadrano il genere letterario in un ambito definito  "linea beat" che, partendo proprio da Jack Kerouac, sarà ripresa dallo stesso Bukowski e da quel Richard Brautigan che assume spesso dei toni più dissacranti rispetto a quelli degli altri narratori "irregolari" appartenenti a quella generazione.

 Lo stile letterario di Bukowki, dissacrante e provocatorio, è una scelta voluta il cui obiettivo è  solo uno: quello di scuotere i lettori per comunicare loro il fetore che circonda certi ambienti della società americana ben lontani da quell'immaginario collettivo che vede nell'America l'emblema del benessere e delle "possibilità".
Anche "Notes of a dirty old man" è un libro anticonformista, ma è senza speranza, tutti i suoi personaggi sembrano gridare:

 " io sono un UOMO! maledizione ma hai occhi per vedere che sono un UOMO? gesù cristo, ma non riesci a vedere che sono un UOMO?"*
* ( frase estrapolata dal testo ed è scritta esattamente come nelle citazione).

La narrazione gioca su un intreccio di mini racconti che sembrano intrecciarsi casualmente,  come altrettanto casualmente entrano ed escono nel racconto una miriade di personaggi; Bukowski presenta un campionario umano che crea repulsione, uno "zoo" di personalità malate e deviate, quasi irrimediabilmente perse, eppure l'ironia scanzonata di Bukowski riesce a descrivere in modo efficace quella realtà senza ambiguità dando al disordine stesso un senso di discontinuità che permette al lettore di riflettere e di accogliere o respingere la sua permanente provocazione.
Ecco allora che Bukowski ricorre, in modo sapiente, a quel disordine narrativo che lo ha reso famoso, ma si tratta di un equivoco in parte spiegabile dal fatto che la raccolta di "Notes of a dirty old man" non nasce come un racconto organico e compiuto, i racconti prresenti sono, infatti frammentari perché venivano pubblicati con cadenza regolare all'interno di una rubrica di un noto settimanale americano.

La consapevolezza di infrangere le regole stilistiche della buona scrittura è speculare alle sue vicende autobiografiche che costituiscono il "serbatoio" dal quale Bukowski ha attinto per raccontare storie di marginalità che possono trovare un precedente letterario nell'opera di Louis Ferdinand Céline.
 Sotto questo aspetto "Notes of a dirty old man" pur essendo una narrazione "americana" a tutto tondo, continua la tradizione della narrativa europea "scandalosa", Bukowski ne è pienamente consapevole e a tal proposito precisa dalle sue pagine:

" se volete imparar qualcosa, non leggete Carlo Marx, m**** molto secca, vi scongiuro: cercate di conoscere lo spirito. Marx è solo carri armati che attraversano Praga, non fatevi incastrare così, ve ne prego, prima di tutto leggete Céline, il più grande scrittore degli ultimi 2000 anni, naturalmente bisogna trovare un posto anche per LO STRANIERO di Camus, per DELITTO e CASTIGO, per i FRATELLI KARAMAZOV. per tutto Kafka. per l'opera ominia dello scrittore sconosciuto John Fante. per i racconti di Turgenev.evitate Faulkner, Shakespeare e soprattutto George Bernard Shaw, la più grande montatura di tutti i tempi, un'autentica m**** montata, intrallazzato con politici e letterati......"

(I titoli in maiuscolo e la parola in minuscolo dopo il punto sono così espressi nel testo originale).

Ho ritenuto opportuno riportare il brano in quanto -a mio parere-questo è significativo per comprendere  le preferenze letterarie di Bukowski, ma anche  per capire quale sia il retroterra culturale da cui egli attinge.
I giudizi sferzanti che Bukowski esprime su Bernard Shaw sono quelli di un narratore che prova insofferenza verso qualsiasi tipo di compromesso e di intrallazzo e il suo giudizio di valore nei confronti dell'opera di Shaw va di pari passo al disprezzo che mostra nei confronti dell'uomo. È comunque difficile condividere tale giudizio di valore, ma Bukowski è fatto così, prendere o lasciare, non ci sono alternative.
 

A mio parere questa non solo è l'opera più dissacrante e  più intellettuale di Bukowski ma è anche quella più ricca di implicazioni filosofiche,  un'opera nella quale la dimensione realistica, quella onirica e quella storica si incontrano dando origine ad una narrazione che riesce nel contempo ad essere cronaca e diario di viaggio...nonostante la disperazione alligni in ogni pagina lasciando il lettore stupefatto ma mai indifferente.

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1 giugno 2018 5 01 /06 /giugno /2018 05:11
I racconti di mamma Oca - Charles Perrault

Credo che sia capitato a tutti parlando di fare qualche citazione del tipo "come il lupo di Cappuccetto Rosso" oppure "ecco la bella addormentata" o ancora "cerca il principe della bella addormentata" e via seguendo. Molti di noi sono cresciuti con le favole scritte da Charles Perrault, il favolista francese che ha avuto il merito di non fare disperdere dei racconti che sussistevano nella tradizione orale contadina con vari rimaneggiamenti e finali.
Gli studiosi delle tradizioni popolari hanno fatto anche una ricostruzione filologica di quelle favolette e inaspettatamente si è arrivati alla conclusione che sono esistite varie versione della Bella addormentata,  di Cappuccetto Rosso etc.
Per una strana ironia quelle favole della tradizione contadina diventarono ai tempi di Perrault ad uso e consumo della annoiata aristocrazia francese che avendo poco da fare si divertiva ad ascoltare infinite volte le stesse storie. Esistono delle versioni dell'epoca de "I racconti di mamma d'Oca" che sono straordinariamente illustrati in quanto venivano mostrati  ai più piccini durante la lettura.
 Vladimir Propp, il più grande studioso di fiabe e favole, ha scritto numerosissime opere sull'argomento tra cui il libro  Morfologia della fiaba.  Prima di Propp non vi era stata una letteratura scientifica vera e propria sulle favole e sulle fiabe, i suoi studi sono stati quindi fondamentali per comprendere la struttura della fiaba; Propp faceva riferimento alle fiabe russe ma leggendo Perrault si possono per analogia applicare gli stessi criteri interpretativi .

L'AUTORE E IL VOLUME

Tralasciando questi aspetti riservati agli specialisti e rivolgendosi al lettore medio, è bene sottolineare che la lettura de "I racconti di mamma Oca" non necessita di questa preparazione specifica così come non serve fare delle comparazioni tra un racconto ed un altro, è invece interessante vedere la storia di questo volume ora edito da Feltrinelli.
Il titolo originario del volumetto era "Storie e racconti del tempo passato, con la morale - I racconti di mamma Oca", si noti che "I racconti di mamma Oca" era un sottotitolo mentre il titolo lungo era esplicativo e faceva riferimento a storie già esistenti, è lo stesso Perrault a dichiararlo senza alcuna pretesa di volersi attribuire la paternità delle storie raccolte nel volume.

Ecco i titoli dei racconti presenti nel volume pubblicato 1697:

  •  Cappuccetto rosso
  •  Pollicino
  •  La bella addormentata nel bosco
  •  Barbablù
  •  Cenerentola
  •  Il gatto con gli stivali
  •  Le fate
  •  Enrichetto dal ciuffo
  •  La principessa furba
  •  Pelle d'asino
  •  I desideri ridicoli


Ecco invece i titoli pubblicati nell'edizione della Feltrinelli che è una riproposizione di quella pubblicata dalla Hoepli, entrambe sono ancora in commercio:

  •  Cappuccetto Rosso
  •  Le fate
  •  La bella addormentata nel bosco
  •  Il gatto con gli stivali
  •  Cenerentola
  •  Enrichetto dal ciuffo
  •  Pollicino
  •  Pelle d'asino
  •  Barbablù


Rispetto all'edizione originale sono raccolti 9 racconti, ne mancano due: I desideri ridicoli e La principessa furba.
Ad integrazione dei racconti contenuti nel volume consiglio comunque di leggere i due racconti mancanti (sono presenti in Rete),  in particolare il gustosissimo "I desideri ridicoli" che pone il seguente quesito:

"  È  meglio essere brutti e avere il potere o essere persone normali e non soffrire?".

CURIOSITÀ

  •  Carlo Lorenzini (Collodi) scrisse che per la sua fata turchina consultò il racconto di Perrault intitolato "Le fate". Abbiamo  poi una sua versione ispirata alle opere di Perrault intitolata: "I racconti delle fate". Barbablù diventa con Collodi "Barba-blu".
  •  I nomi delle due sorellastre sono  Genoveffa e Anastasia nel racconto di Perrault e nella trasposizione di Disney, in alcune versioni minori diventano Matilde e Carlotta.
  •  Quando si parla di una matrigna si pensa sempre a quella di Cenerentola, perché?
  •  La favola più inquietante di Perrault? Barbablù.
  • Mamma oca oggi ha un diverso significato rispetto a quello usato da Perrault. Oggi vuol dire che una mamma è una chioccia ed anche un'oca.


NdA

Charles Perrault rispetto ad Hans Christian Andersen (Piccola fiammiferaia, Brutto Anatroccolo, La Sirenetta etc. etc)  manca sicuramente di originalità, ma ha il merito di aver raccolto una serie di racconti che sarebbero andati dispersi e che costituiscono un patrimonio che da generazioni i bambini sanno apprezzare...e anche gli adulti.

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Published by Caiomario - in Libri
2 maggio 2018 3 02 /05 /maggio /2018 06:49

"Come uno che, per strada deserta
cammina tra paura e terrore,
e, guardatosi indietro, prosegue
e non volta mai più la testa
perché sa che un orrendo demonio
a breve distanza lo segue
"
(Mary Shelley, Frankestein ovvero il moderno Prometeo)

Le parole sono tratte da un celebre passo del libro della scrittrice inglese Mary Godwin Shelley (1797-1851) e possono essere considerate emblematiche di quel gusto per i racconti del terrore (o dell'orrore) di cui gli autori inglesi sono stati maestri. Prima di loro la narrazione fantastica d'intrattenimento era stata ampiamente trattata dagli scrittori tedeschi  che la Shelley conosceva bene per averne in parte tratto ispirazione.

Immaginate l'ambiente e le circostanze in cui è nato "la storia del mostro": Mary Shelley si trova a Ginevra  in una villa che si affaccia sul lago, è una serata del mese di giugno del 1816, la pioggia cade fitta impedendo la visione di cose e persone. Insieme alla Shelley si trovano George Gordon Byron, il suo segretario John William Polidori e una sua amica, Mary Godwin.  La serata trascorre a ritmi lenti mentre Polidori legge  storie di fantasmi più o meno conosciute di autori tedeschi, in quel momento nella mente della Shelley incomincia a nascere l'idea di costruire una storia che avesse come protagonista un mostro.
 l'inizio di quella che è ancora oggi considerata la storia più originale di tutti i romanzi dell'orrore: "Frankenstein, ovvero il moderno Prometeo".

All'epoca in cui la Shelley concepì il suo racconto erano di "moda" delle teorie scientifiche di stampo positivistico che ipotizzavano la possibilità di riportare in vita un cadavere attraverso il magnetismo. Gli scienziati impegnati in questo sforzo prometeico che voleva sfidare le leggi della natura, erano spesso dei solitari che nei loro laboratori tra alambicchi e marchingegni scientifici assai poco credibili sezionavano i corpi morti nella speranza di trovare il modo per ridare loro vita.
Al contrario quindi di quanto possa pensare il lettore odierno, alla fine dell'Ottocento in Europa esistevano dei veri Frankenstein che hanno rappresentato il prototipo dello scienziato moderno che si è spinto al limite della conoscenza nella speranza di scoprire la "particella di Dio" e le ragioni che stanno all'origine e alla fine della vita.

La tragica e, per certi versi drammatica storia di Frankenstein e della sua mostruosa creatura, è ancora oggi un romanzo appassionante (più delle varie rappresentazioni cinematografiche che si sono succedute nel tempo) che è ricco di significati e che induce il lettore alla riflessione.
La prima riflessione che continua ad appassionare i dibattiti, più o meno dotti,  dell'uomo moderno riguarda il ruolo della scienza per l'umanità e delle sue finalità.
Viktor Frankenstein rappresenta l'emblema dello scienziato che vuole rivaleggiare con il Creatore, ma (è questa la chiave di lettura del romanzo) alla fine concepisce un mostro demoniaco che gli si rivolta contro.

Molti si sono interrogati sul significato allegorico della creatura mostruosa figlio prima di tutto delle innovazioni tecnologiche che nel periodo della prima rivoluzione industriale sembravano avere come obiettivo quello dell'annientamento dell'uomo; si pensi a tal proposito all'organizzazione del lavoro che in seguito all'introduzione delle macchine escludeva molti dal processo produttivo.
Il mostro che si ribella al suo creatore è come la macchina che l'uomo non è più in grado di dominare e che rischia di distruggere l'intera umanità; non ci vuole molta fantasia per riflettere, ad esempio, sui pericoli e sui danni derivanti dall'energia atomica che l'uomo non è riuscito mai pienamente a controllare.
Questo è forse l'aspetto del "mostro" che più terrorizza e che  dimostra di essere incontrollabile come la creatura del professor Frankenstein; dall'altro canto questa creatura mostruosa non può che generare dei sentimenti di pietà come quelli che si provano nei confronti di tutti i diversi che vengono respinti a causa delle loro sembianze. Cogliere l'aspetto della  "diversità" ci induce a pensare a quel corto circuito che nasce in tutti coloro che, essendo respinti, compiono azioni malvagie al punto che diventa quasi impossibile distinguere la causa dall'effetto.

Al di là dei motivi di riflessione che non possono essere esauriti in questo spazio, ho trovato il romanzo molto complesso e per questo interessante per ciò che concerne la formazione (del lettore), grazie alla genialità della Shelley che è riuscita in modo sapiente ad articolare gli avvenimenti filtrandoli secondo tre punti di vista: quello dell'esploratore-viaggiatore Watson, quello del professor Frankenstein e quello della stessa creatura mostruosa che esprime sentimenti di ribellione e rabbia.

FRANKENSTEIN NEL CINEMA

Una delle più celebri trasposizioni cinematografiche del romanzo di Mary Shelley è stato il celebre film del 1931 dove la mostruosa creatura era interpretata da Boris Karloff. Nonostante il bianco e nero e i classici movimenti da cinema muto, il film continua ad essere il  migliore di sempre, quando si pensa alle sembianze di Frankenstein è inevitabile pensare a quella pellicola in cui il mostro  si muoveva come un robot.
"Frankenstein junior" di Mel Brooks è una parodia che ha il pregio di ridicolizzare ed esorcizzare le paure che da sempre hanno accompagnato tutti coloro che pensano alla mostruosa creatura.
Pregevole è infine il "Frankenstein" (1994) di Kenneth Branagh con Robert De Niro anche se  nella pellicola manca quel fascino dell'antico e dell'oscurità che Boris Karloff riuscì ad imprimere nella sua magistrale interpretazione.

"Oh! Nessun mortale avrebbe sostenuto l'orrore del suo aspetto. Una mummia, che venisse rianimata, non sarebbe rivoltante come quel miserabile





Nota finale: Nel comune senso del sentire la mostruosa creatura di Frankenstein viene chiamata semplicemente Frankenstein, in realtà il mostro è in un certo senso il figlio di Victor, lo scienziato che lo ha creato.
In piena assonanza con l'immaginario collettivo del pubblico dei lettori continueremo però a chiamare il mostro Frankenstein.

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