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15 marzo 2015 7 15 /03 /marzo /2015 09:16

La tradizione indica negli apostoli Pietro e Paolo come i fondatori della Chiesa di Roma, tale tradizione però oggi non è più sostenibile, perchè? Svetonio ci dice che l'imperatore Claudio espulse i giudei da Roma dal momento che questi stavano continuamente in tumulto impulsore Chresto (1). Ora Svetonio, nella successione cronologica, colloca questo fatto nel 49 d.C, tuttavia vi è un altro autore di lungua greca che si chiama Ammiano Marcellino riporta la stessa espulsione collocandola non nel 49 d.C, ma intorno al 40-41 d.C.. Questo vorrebbe dire che a 10 anni dalla resurrezione di Cristo qualcuno avrebbe già introdotto il Vangelo nella comunità dei giudei-cristiani di Roma che praticavano il loro culto nella sinagoga e deve esserci stato un catechista itinerante che fece questo ma non sicuramente gli apostoli Pietro e Paolo dal momento che la veridicità del loro martirio è fuori discussione, martirio che possiamo colloare nel periodo della persecuzione neroniana cioè negli anni che vanno dal 64 al 66 d.C.

Pietro e Paolo quindi possono essere inquadrati come organizzatori della comunità piuttosto che come coloro che avevano fatto la prima evangelizzazione. Possiamo quindi ipotizzare che il Vangelo sia stato portato da un giudeo convertito al Cristianesimo e del quale non conosciamo il nome. Detto personaggio annunciò per la prima volta nella sinagoga la fede in Cristo seguendo il modello di Paolo che quando andava in una città, si recava subito in una sinagoga, dove trovava opposizione. Sarebbe quindi questa la spiegazione dei tumulti e il conseguente provvedimento di espulsione emanato da Claudio di cui parla Svetonio. Lo stesso Paolo fuggì da Roma proprio per l'espulsione voluta da Claudio e si recò a Corinto dove incontrò Aquila e Priscilla che saranno suoi collaboratori nell'opera di evangelizzazione. Possiamo collocare la prima opera di evangelizzazione a Roma nel 40 d.C. e non certo per opera di Pietro e Paolo, questa ipotesi assume una certa rilevanza anche per quanto riguarda la datazione della diffusione del Cristianesimo nelle altre zone della penisola.

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NOTE

(1) Svetonio, Vita Claudii, 23.4 - «Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulit».

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Published by Caiomario - in Storia
8 marzo 2015 7 08 /03 /marzo /2015 13:10

L'autore della Lettera a Diogneto del quale ignoriamo l'identità, espone delicatamente il paradosso della vita dei cristiani e a questo proposito scrive: « i cristiani sono individui che accettano le condizioni reali di vita (quindi partecipano a tutti i doveri dei cittadini e obbediscono alle leggi), d'altra parte si distinguono da tutti per la loro concezione di vita e per un diverso spirito che portano alla loro attività. I cristiani stanno nel mondo come l'anima sta nel corpo». Per l'autore quindi non si tratta di una pura contingenza ma di un momento transitorio con tutto ciò che questo stato comporta nei confronti delle cose mondane.

Tertulliano in un passo dell'Apologeticum, scritto intorno al 200 d.C. osserva che i cristiani stanno nei municipi e in altre istituzioni amministrative, sono presenti nella corte imperiale, nel Senato, nel Foro. Da questo documento emerge il fatto che i cristiani a partire dal sec. II ricoprono anche cariche pubbliche e vivono pienamente la vita pubblica, Tertulliano quindi respinge l'accusa di improduttività rivolta ai cittadini di fede cristiana, accusa che veniva lanciata da molti che rimproveravano i cristiani di essere una categoria di persone ostili allo Stato romano. Tertulliano controbattendo con puntualità a questa accusa, dichiara: «i cristiani coabitano nel mondo con gli altri, si servono del Foro, dei mercati, dei bagni, delle doti, dei laboratori, delle osterie e degli altri scampi. Navigano insieme agli altri, praticano insieme agli altri la milizia, praticano l'agricoltura, la mercatura, liberi con gli altri e tra gli altri ».

Se andiamo a vedere le lapidi dei cimiteri cristiani di quel periodo possiamo constatare che vi sono numerose epigrafi che testimoniano che i cristiani erano persone legate a determinate professioni e che ricoprivano un certo ruolo nella società. In molte di queste tombe, infatti, troviamo una sorta di contrassegno: vi sono tombe con il simbolo del pescivendolo, del fornaio, dell'auriga e di molti militari. Nei processi contro la pratica religiosa cristiana, i martiri più volte ribadivano la loro obbedienza alle leggi e la loro lealtà verso l'imperatore ed è in questo clima che nasce e si sviluppa la filosofia apologetica. Lo scopo principale dei principali autori era quello di chiarificare diversi aspetti del Cristianesimo tra cui anche quello dell'impegno nel temporale visto come un piano voluto da Dio per la sua gloria e come una via per guadagnarsi l'eternità. Molte di queste idee saranno poi riprese e sviluppate nel pensiero teologico medioevale e avranno un'importanza fondamentale per quanto riguarda l'elaborazione del giusto atteggiamento che i cristiani avrebbero dovuto mantenere verso lo Stato e l'autorità in genere. Negli eventi pubblici e in occasione delle funzioni religiose tutti dovevano professare il loro attaccamento alle divinità patrie, per un certo periodo lo Stato romano, infatti, si accontentò di un'adesione esterna al culto ufficiale non preoccupandosi di quello che davvero pensavano i cristiani nell'intimo della loro coscienza, questo è il motivo per cui di fatto lo Stato romano (almeno a partire da un certo momento) lasciò ai cristiani piena libertà di culto; possiamo quindi parlare di libertà di coscienza nell'Impero romano, ma non di libertà di adesione pubblica alla religione romana. Nell'Impero romano coesistevano molte etnie ma anche vi erano innumerevoli culti religiosi che venivano tollerati rispetto al culto ufficiale che però tutti dovevano professare pubblicamente, ma accanto a questo ognuno era libero di aggiungerne un altro secondo la propria libertà personale.

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Published by Caiomario - in Filosofia
3 marzo 2015 2 03 /03 /marzo /2015 11:30

Papia di Gerapoli (70 circa- dopo il 130 circa) che fu vescovo di Gerapoli in Frigia, non è importante tanto per il fatto che era millenarista (millenarista significa che basandosi sull'Apocalisse, accettava la convinzione che dalla morte di Cristo dovessero passare 1000 anni prima del Giudizio Universale, periodo nel quale avveniva la resurrezione dei cristiani morti uccisi nel 64 da Nerone e nel 95 da Domiziano) ma per il fatto che scrisse la Spiegazione dei detti del Signore. Nel periodo che va dal 100 al 200 d.C sono molti gli autori che si preoccupano non tanto delle azioni, ma dei detti di Cristo perché di ogni maestro i discepoli ricordano le massime, basti pensare alle massime di Epicuro e di Socrate delle quali massime abbiamo conoscenza grazie all'opera di compilazione che fecero i loro seguaci.

Secondo la teoria delle due fonti, oltre a Marco, vi è la fonte Q che riguarda i detti del Sgnore di cui si occupò Papia il quale tenne un discorso riportato da Eusebio di Cesarea nella sua Ἐκκλησιαστικῆς ἱστορίας:

«Ecco cosa diceva il presbitero, questa è tradizione non scrittura, allora Marco interprete di Pietro, scrisse con esattezza ma senza ordine. Giacchè egli non aveva ascoltato né accompagnato il Signore. ».

Nel passo citato Papia dice che Marco scrisse con esattezza ma senza ordine in quanto essendo seguace di Pietro, riportò ciò che questi raccontava tutto quanto ricordava delle opere e della azioni del Signore. Papia dice anche che Matteo: «ordinò in lingua ebraica i detti del Signore e ciascuno poi li interpretò come meglio potette ». Papia parla di lingua ebraica, ma sappiamo che l'ebraico non era più la lingua parlata in quel momento ma l'aramaico che sta all'ebraico come l'italiano sta al latino

Papia secondo quanto racconta Eusebio espresse le sue preoccupazioni sul fatto di non stravolgere quanto aveva udito: «Semmai era venuto qualcuno che era stato in compagnia dei presbiteri, io mi informavo delle parole dei presbiteri, che cosa aveva detto Andrea o Pietro, Filippo o Tommaso, Giacomo o Giovanni».

Alcune questioni che sorgono dalle parole di Papia:

  • Quando parla di Marco interprete di Pietro significa che Pietro pescatore di Galilea non conosceva il greco e Marco sì? In questo senso interprete andrebbe inteso come traduttore, se possiamo intendere interprete nel senso di interprete del pensiero di Pietro?

  • Quando parlando di Marco dice «scrisse con esattezza ma senza ordine», Papia si riferiva al fatto che Pietro narrava fatti e azioni realmente accaduti ma senza rispettare un ordine cronologico e quindi secondo l'opportunità del momento?

  • Con il termine presbiteri cosa vuole indicare? Sono i preti come li intendiamo noi o sono gli episcopi, visto che sino al 100 d.C i due termini erano equivalenti? Infatti solo più tardi, intorno al 120 d.C., il collegamento tra i presbiteri verrà diretto da un episcopo.

  • Papia parla di due Giovanni, a quale Giovanni fa riferimento visto che in un gruppo include Giovanni discepolo di Gesù e in un altro Giovanni il presbitero che visse in un periodo diverso da quello che la Tradizione ritiene l'autore del IV Vangelo?

Papia di Gerapoli rientra nel primo periodo della Patristica caratterizzato dall'attività dei Padri Apologeti, dal punto di vista storico è un periodo del quale abbiamo documenti frammentari e che, per quanto riguarda l'ambito filosofico, è povero di stimoli interessanti in quanto i cristiani erano i più preoccupati di difendersi dalle accuse di ateismo, di rinnegare il culto mitologico tradizionale e di immoralità. Il più importante pensatore della filosofia patristica di questo periodo è san Giustino che passò attraverso varie scuole filosofiche prima di convertirsi alla religione cristiana.

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Published by Caiomario - in Filosofia patristica
27 febbraio 2015 5 27 /02 /febbraio /2015 19:25

Ci sono pervenuti alcuni scritti teologici che la tradizione medioevale ha assegnato a Dionigi detto Dionigi l'Areopagita, il personaggio che troviamo negli Atti degli Apostoli e che fu converito al cristianesimo da Paolo di Tarso in occasione del discorso che tenne all'Areopago di Atene (Atti degli Apostoli, XVIII, 34). Gli studi successivi hanno però rilevato che in questi scritti vi sono numerosi concetti che provengono da Proclo di Costantinopoli (410-418) il principale esponente della Scuola di Atene e autore dell'opera Elementi di teologia, un'opera che godette di molta fortuna nel medioevo. Proprio per il carattere neoplatonico degli scritti attribuiti a Dionigi l'Areopagita e per l'impiego di termini affini a quelli utilizzati da Proclo, all'autore è stato dato il nome di Pseudo-Dionigi Areopagita. Le opere di questo autore sono i seguenti quattro trattati: De Mystica theologia, De divinis nominibus, De coelesti Hiearchia, De ecclesiastica Hierarchia e dieci Lettere. Comun denominatore di tutti questi scritti è l'esaltazione di Dio qualificato come assoluto Bene, Superente ineffabile, Uno e Trino. Secondo l'autore Dio è ineffabile in quanto sta al di la dell'essere, l'uomo non può conoscere in alcun modo Dio che, essendo inaccessibile non può quindi essere colto nella sua trascendenza, l'unico passaggio di cui l'uomo può essere consapevole dell'esistenza di Dio è quello della creazione, il momento in cui inizia la dialettica del molteplice. L'autore concepisce Dio come l'essere superintelligibile che, da una parte non ha alcun limite, da qui la denominazione di theologia negationis (apofantica) e che dall'altra nella sua perfezione può tutto (theologia eminentiae). Con Dionigi l'Areopagita siamo in un ambito nel quale sono sì presenti elementi filosofici ma il prevalere dell'elemento teologico in chiave mistica di questi scritti permette di dire che l'autore scriva in una condizione di intensa spiritualità dominata dalla convinzione che l'anima sia portata a conoscere intimamente Dio attraverso l'esperienza soprannaturale. Secondo la dottrina mistica l'anima perviene a una conoscenza intima e spirituale di Dio attraverso tre stadi: la via della purificazione (via purgativa), la via della coscienza intellettiva (via illuminativa) e la via dell'unione estatica con Dio (via unitiva). Gli scritti dello Pseudo-Dionigi assumono un'importanza rilevante in quanto nel medioevo esercitarono una grande influenza nel pensiero medioevale e in particolare nei concetti della teologia negativa che vennero ripresi da Giovanni Scoto, Bonaventura, Alberto Magno e Tommaso d'Aquino.

Indicazioni bibliografiche

R.Roques, L'univers dionysen, Parigi 1954;

Eugenio Corsini,Il trattato de Devinis nominibus dello Pseudo-Dionigi: e i commenti neoplatonici al Parmenide in Pubblicazioni della Facoltà di lettere e filosofia , Giappichelli, 1962;

Michele Schiavone, Neoplatonismo e cristianesimo nello pseudo-Dionigi in Volume 26 di Pubblicazioni dell'Istituto di filosofia, Facoltà di Magistero dell'Università di Genova, Marzorati, 1963.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Pseudo-Dionigi
25 febbraio 2015 3 25 /02 /febbraio /2015 18:15

La Scolastica può essere definita, sotto il profilo della storia delle idee, come l'espressione del Medioevo che fu un'epoca essenzialmente dominata dalla teologia. Distinguere i due ambiti, quello filosofico da quello teologico, è impossibile durante il periodo medioevale in quanto tutti i filosofi erano teologi e viceversa, possiamo quindi dire che con la Scolastica avviene un'interferenza della fede con ragione analoga a quella che si verificò tra Impero e Papato. L'uomo del Medioevo era un uomo intriso di cristianità e il complesso di pensatori che vissero in quel periodo, va considerato come l'espressione più autentica di un modo di sentire comune dove la ragione non era altro che l'ancilla fidei e il cui compito doveva essere quello di sorreggere e di aiutare l'umanità a credere nella sola sola religione rivelatrice della Verità: il Cristianesimo.

Per un uomo che vive i valori della modernità, è inconcepibile comprendere fino in fondo la simbiosi tra fede e ragione che caratterizzò tutto il Medioevo, tuttavia vi è da precisare che la Scolastica può essere compresa solo se si tiene a mente il rapporto profondo tra fede e ragione. Pensare che la filosofia fosse una scienza secondaria e subordinata alla teologia è un errore, in quanto tutti i pensatori dell'epoca, al di là delle singole specificità delle loro riflessioni, consideravano la filosofia come la sola scienza che fosse in grado di aiutare con i propri metodi il dogma cristiano. Se è impossibile tracciare il confine tra teologia e filosofia, è altrettanto difficile stabilire una netta separazione tra filosofia e letteratura così come accadde nel campo artistico dove l'influenza della religione cristiana fu tale che è molto difficile trovare in quel periodo opere che non raffigurino personaggi ed episodi riconducibili ai principali contenuti del Cristianesimo. Per comprendere il clima che si viveva nel Medioevo, possiamo, ad esempio, prendere in considerazione Brunetto Latini, celebre per essere stato il maestro di Dante, che dedicò nell'opera “Tresor” un'ampia riflessione sui compiti della filosofia che definì come «vera ricerca delle cose naturali, di quelle divine e di quelle umane, per quanto all'uomo è possibile intendere » (1). I filosofi sono per Brunetto Latini tutti coloro che ricercano la verità sulle cose della natura, sulle cose umane e sulla divinità. La ragione fu un dono di Dio che permise agli uomini di uscire dal loro stato bestiale consentendogli di conoscere la verità delle cose. La scienza che ci insegna a conoscere la natura di tutte le cose celesti e divine è la teorica, nel cui corpo si sono generate tre scienze: la teologia, la fisica e la matematica. La teologia è la scienza più alta perchè ci mostra «le nature delle cose che non hanno per niente corpo e non si trovano fra le cose corporali, in maniera tale che grazie ad essa noi conosciamo Dio onnipotente; grazie ad essa crediamo nella santa Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in una sola sostanza, non certo in una sola persona; grazie ad essa possediamo la fede cattolica e la legge della santa Chiesa, ed essa c'insegna in breve tutto ciò che pertiene alla divinità » (2).

Se da una parte vi fu un comune sentire in tutti i pensatori della Scolastica, dall'altra parte non mancarono le contrapposizioni aspre e le dispute più accese su questioni di carattere teologico. Dal punto di vista didattico la Scolastica può essere suddivisa in tre periodi:

  1. Il primo periodo che possiamo definire prescolastico, va dal VI al XII sec. Si tratta di un periodo preparatorio durante il quale le principali questioni che vengono poste sono strettamente legate al pensiero di S.Agostino.In questo periodo si manifestano le prime polemiche contro la dialettica il cui avversario più combattivo è S. Pier Damiani.

  2. Il secolo XIII è il periodo in cui la Scolastica raggiunge il suo punto più alto con Tommaso d'Aquino che opera una sintesi filosofica tenendo conto sia di Platone che di Aristotele.

  3. Il terzo periodo (sec. XIV) è quello della tarda Scolastica, periodo in cui vengono messe in discussione tutte le sintesi del periodo precedente ad opera di Guglielmo d'Ockam che recide il rapporto tra le cose metafisiche e le cose naturali. Guglielmo d'Ockam opera una vera e propria svolta nella filosofia, privilegiando l'indagine logica e naturalistica mette definitivamente da parte le complesse questioni metafisiche che avevano contraddistinto il periodo precedente.

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1 Brunetto Latini, Tresor a cura di Pietro G.Beltrami, Paolo Squillacioti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni, 2007 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino p.7.

2 Ibidem, p.9.

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Published by Caiomario - in Filosofia
17 febbraio 2015 2 17 /02 /febbraio /2015 15:53

Gli amanti del genere thriller non possono mancare all'appuntamento con Il libro del male di James Oswald, un autore che ha raggiunto il successo internazionale con Nel nome del male pubblicato in Italia dall'editore Giunti. Le vie del terrore sono infinite ma la capacità di creare un clima di attesa è propria solo di quegli autori che quasi si compiaciono a descrivere con dovizia di particolari circostanze e personaggi della loro storia. James Oswald sa appassionare il lettore con una storia che pur incanalata in un vero e proprio genere letterario molto prolifico, non manca di originalità. La vicenda è caratterizzata da un intreccio complicato e avvincente: da una parte, sullo sfondo, abbiamo un passato di sangue che ha visto come protagonista un assassino seriale, tale Donald Anderson morto in carcere, dall'altra un nuovo omicidio perpetrato da un emulo di Anderson e in mezzo a queste due vicende di morte, si trova lui l'ispettore Tony McLean che, tormentato dall'incubo di un nemico sconosciuto decide di reagire dinanzi al passato che riemerge. McLean è emotivamente coinvolto, la sua fidanzata Kirsty era stata l'ultima vittima di Anderson, colpito negli affetti più intimi conduce uno dei casi più scottanti della sua carriera che inizia con il ritrovamento del cadavere di una giovane donna poco meno che ventenne. Oswald sa usare tutti gli elementi che creano ansia e paura nel lettore perchè ancora una volta è labile il confine che passa tra la fantasia letteraria e gli orrendi omicidi raccontati con ossessione dai media. La storia raccontata da James Oswald è finzione letteraria ma il lettore difficilmente saprà distinguere le atmosfere paurose ed inquietanti scaturite dalla penna di un capace autore da quelle reali con le quali ha da tempo imparato a convivere.

Scheda del libro:

Autore : James Oswald

Titolo: Il libro del male (titolo originale: The Book of Souls)

Giunti Editore

Collana M

Traduzione di Leonardo Taiuti

f.to 15 x 21,5 cm

pp. 320 - euro 9,90

brossura con bandelle

CM 59359Q

EAN 9788809783850

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Published by Caiomario - in Libri
17 febbraio 2015 2 17 /02 /febbraio /2015 08:20

IL COLLOCAMENTO DELLA PATRISTICA NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA

L'età della Patristica comprende un periodo che inizia con il manifestarsi del Cristianesimo e che termina nel sec. VII d.C. Le cesure nette tra la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra sono sempre teoriche e anche per quanto riguarda la Patristica esistono diverse interpretazioni circa il suo collocamento all'interno della storia della filosofia. Infatti anche se la Patristica rientra cronologicamente nel periodo della filosofia antica, diversi storici della filosofia la inseriscono all'interno della filosofia medievale che, oltre alla Patristica, comprende la Scolastica. Dal punto di vista storico i primi Padri apologisti furono contemporanei dei neopitagorici e dei neoplatonici, tuttavia le profonde differenze filosofiche tra gli scrittori del III sec. e il neoplatonismo che si colloca a pieno titolo all'interno della filosofia antica, sono essenzialmente dottrinali e sono determinate dalla presenza o meno dei valori fondanti del Cristianesimo.

LA SITUAZIONE STORICA

Fino al III sec. d.C. l'autorità statale romana fu profondamente ostile nei confronti del Cristianesimo; la situazione cambia con Costantino che con la sottoscrizione dell'Editto di Milano (313) riconosce ai cristiani la praticabilità della loro fede, segnando di fatto la fine della vecchia religione. Il pieno riconoscimento della Chiesa come organizzazione autonoma avverrà con l'imperatore Teodosio e alla sua morte (395) l'impero venne diviso in due Imperi: l'Impero d'Occidente e l'Impero d'Oriente.

Mentre nell'Impero d'Oriente, pur agitato da numerose dispute teologiche, si vive un periodo politico di relativa calma, nell'Impero d'Occidente avviene la dissoluzione dell'autorità statale in seguito all'invasione dei Barbari che andarono a formare dei regni autonomi. In questo clima di decadenza politica, morale e culturale sono i vescovi e i monaci che mantengono traccia della cultura antecedente alle distruzioni operate dai Barbari.

LA PATRISTICA E LE CONTROVERSIE TEOLOGICHE

Nel momento in cui si pensava che dopo la svolta constantiniana la Chiesa avesse raggiunto una certa tranquillità, si va incontro a nuove controversie, nuove discussioni circa i punti essenziali della fede, discussioni che presero una certa diffusione e gravità anche per le continue ingerenze imperiali. Molte passioni nascono come questioni teologiche e cammin facendo prendono il carattere di lotte politiche. Quando c'è in pericolo l'ortodossia della dottrina entrano in gioco gli studiosi che procedono a chiarire e dipanare le controversie. Proprio nel periodo in cui vi è maggior pericolo per l'ortodossia cattolica vi è una fioritura di testi tra gli studiosi cristiani i quali contribuiscono in maniera efficace a difendere e sviluppare i dogmi. Vi è tutta una letteratura cristiana antica sia di lingua greca che latina che aiuterà lo sviluppo della dogmatica aiutata dal fiorire di queste continue eresie, da questi continui sradicamenti ed equivoci circa l'ortodossia. Saranno poi nei grandi concili ecumenici che verranno discussi lungamente i singoli punti sulla corretta dottrina e una parte fondamentale in questa attività di chiarimento venne svolta dai Padri apologisti.

I secoli IV e V dell'era cristiana sono allo stesso tempo il periodo delle grandi eresie, il periodo delle discussioni teologiche e dei concili ecumenici fondamentali per la fede cristiana ed anche il periodo dei più rappresentativi Padri della Chiesa.

Le lotte teologiche sia dal punto di vista cronologico che logico possono essere divise in tre gruppi fondamentali:

  1. Nei primi tre quarti del IV secolo riaffiora la questione trinitaria che era già emersa nel III secolo con i subordinazionisti e i monarchiani. La questione trinitaria riguardava il chiarimento del rapporto tra il Padre e il Figlio e tra le prime due persone (il Padre e il Figlio) e la terza (lo Spirito). Riallacciandosi alle vecchie posizioni subordinazioniste, Ario, l'eretico negava la divinità del Verbo cioè del Figlio, gli pneumatochi ( o Macedoniani) negavano che lo Spirito fosse Dio e che fosse eguale alle due persone. Queste due controversie vengono risolte nei due grandi concili di Nicea (325) e nel I Concilio di Costantinopoli (381). A Nicea si stabilì che il Figlio è Dio e a Costantinopoli che lo Spirito è Dio.
  2. Dalla controversia trinitaria si sviluppò la controversia cristologica in seguito alla posizione di Apollinare di Lauricea secondo cui il Verbo non avrebbe assunto una completa natura umana. Si dovette determinare che rapporto ci fosse in Cristo tra le due nature divina ed umana e si giunse alla condanna dei nestoriani i quali esasperavano la distinzione delle due nature fino a farne due persone e degli eutichiani i quai negavano pure che esistessero le due nature. Entrambe le eresie furono condannate nel Concilio di Efeso (431) e nel Concilio di Calcedonia (451).
  3. La controversia cristologica avrebbe avuto altri strascichi per alcuni tentativi di ripresentare sotto nuove forme la dottrina della sovranità della natura (monofisismo) e della sovranità della potenza (monoenergismo).

In Oriente si hanno eresie prettamente dogmatiche o che riguardano la realtà trinitaria, in Occidente invece il filosofare riguarda il rapporto tra Dio e il cosmo, quindi più incentrato sull'antropologia teologica che riguarda la disputa sulla capacità dell'uomo e su quali conseguenze l'uomo ha avuto con il peccato originale e sul rapporto tra grazia di Dio e libertà dell'uomo.

L'attività di pensiero dei Padri apologeti è nei primi tre secoli della Patrisitca tutta incentrata a difendere la fede cristiana contro gli attacchi del paganesimo e contro le persecuzioni imperiali, in questo periodo il più illustre esponente dei Padri apologeti è San Giustino; a partire da IV secolo la riflessione si sposta a chiarire il rapporto tra il Cristianesimo e la filosofia greca precisando le differenze concettuali tra le due culture e nello stesso tempo stabilendo la conciliabilità tra il pensiero greco e l'ortodossia cristiana che ebbe il suo maggiore rappresentante in Sant'Agostino il quale, pur non essendo un filosofo di professione, influenzò con il suo pensiero tutta la successiva riflessione filosofica sviluppatasi a partire dal VI secolo meglio nota con il termine di "Scolastica".

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Published by Caiomario - in Filosofia
10 febbraio 2015 2 10 /02 /febbraio /2015 09:35

Marsilio Ficino (1433-1499) visse nella Firenze medicea trovando in Cosimo de' Medici un generoso mecenate che ne favorì l'opera di studio e che istituì l'Accademia platonica nella Villa di Careggi dove il Ficino svolse una prolifica attività di studio e di traduzione delle opere di Platone arricchite con un prezioso commentario. Altre sue opere sono: la traduzione delle Enneadi di Plotino, degli scritti di Pseudo-Dionigi e di altri autori ermetici; l'Epistolario dove troviamo numerosi riferimenti alla cultura del suo tempo; il De Religione christiana e la Theologia platonica de immortalitate animorum.

Ficino fu un fiero avversario dell'aristotelismo nella sua versione averroista nella quale vedeva uno dei maggiori pericoli per due capisaldi della dottrina cristiana: l'immortalità dell'anima personale e la provvidenza di Dio. Nella sua opera principale, la Theologia platonica de immotalitate animorum, Ficino oppone al naturalismo aristotelico una filosofia dello spirito ispirata al platonismo. La filosofia è per Ficino un progressivo divenire della rivelazione del Verbo; si può parlare a questo proposito di platonismo cristiano in quanto Ficino intende la filosofia esclusivamente in favore del Cristianesimo. Anche nel suo sorgere la filosofia era un manifestarsi del logos divino: i primi profeti, Zarathuštra, Ermete Trimegisto sono le prime manifestazioni del Verbo che troverà poi nei greci e in Platone la sua forma compiuta e matura. La coincidenza tra la filosofia di Platone e il cristianesimo è per Ficino una vera e propria identità anche se questa affinità è incentrata esclusivamente sull'idea dell'immortalità dell'anima così come l'aveva interpretata Agostino.

Deus et anima

L'idea che la filosofia di Platone fosse un'anticipazione del cristianesmo non è, infatti, nuova nella storia del pensiero filosofico in quanto era stata già teorizzata dai Padri greci e , con grande convinzione, da Agostino; Ficino proprio rifacendosi a questa tradizione sostiene che il platonismo affermando il primato dello spirito e della trascendenza sul mondo sensibile è la filosofia che favorisce l'ascesa dell'intelletto verso l'Ente perfetto, tuttavia il solo intelletto non basta per condurre l'anima vicino a Dio, è necessario un atto d'amore, Per sostenere l'immortalità dell'anima Ficino ricorre a particolareggiate argomentazioni la cui tesi di fondo si può riassumere nell'idea che l'anima vive la sua precarietà nel mondo sensibile e che solo passando dalle tenebre alla luce può riunirsi a Dio quale Realtà spirituale perfetta. L'avvicinamento dell'anima a Dio può avvenire solo con l'amore (l'eros platonico), l'uomo che realizza questo slancio d'amore è la copula mundi che riconduce la molteplicità del mondo sensibile alla perfezione dell'Uno. Solo nel Cristianesimo si realizza la compiutezza del rapporto fra Dio e l'uomo, tutte le altre religioni realizzano parzialmente questo rapporto e rappresentano un momento di preparazione il cui percorso si conclude con la figura di Cristo, il mediatore per eccellenza tra Dio e l'uomo. Il platonismo di Ficino, come si può vedere, è un platonismo rinascimentale nel senso che è una filosofia tutta tesa al Cristianesimo che come religione sapiente trova conforto culturale nel platonismo secondo l'interpretazione che le diede lo stesso Ficino. Pur non potendo parlare di sintesi tra Cristianesimo e platonismo è innegabile che quest'ultimo si presenta a Ficino come lo strumento razionale necessario per superare le inutili dispute teologiche di occamisti, aristotelici e averrosti che avevano caratterizzato l'attività dei cattedratici dal medioevo fino al Rinascimento.

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Published by Caiomario - in Filosofi: Ficino Marsilio
7 febbraio 2015 6 07 /02 /febbraio /2015 22:42

La Chiesa dei primi secoli è assalita continuamente da infiltrazioni razionalistiche, da eresie e da scismi; la maggiore infiltrazione razionalistica è rappresentata dallo Gnosticismo, una corrente che affiora già nel periodo apostolico; pare, ad esempio, che negli scritti di Paolo di Tarso ci siano delle allusioni ad infiltrazioni razionalistiche; tuttavia è in un periodo più tardo, itra il 130 e il 18o d.C che si diffondono idee che ebbero la loro genesi in Asia Minore e che più tardi saranno chiamate correnti bizanteneggianti. Una caratteristica della cultura orientale dell'epoca era quella di complicare le cose rendendo più complesse tutte le questioni di carattere filosofico e teologico; il Vangelo, ad esempio, era ritenuto un messaggio troppo semplice rivolto a gente di bassa estrazione sociale. Partendo proprio dal presupposto che una dottrina troppo semplice e puerile va a scapito della sua serietà e della sua autorità, si insinua il tentativo di spiegare in maniera filosofica l'origine del male. Quali sono allora gli elementi comuni tra il Cristianesimo e lo Gnosticismo? Per esempio il dualismo, secondo il quale si contrappone al regno della luce che deriva da Dio, il regno delle tenebre che deriva dalla materia, ritenuta dagli gnostici, increata, eterna, negativa e dalla quale si origina il male. Tra Dio e il creato ci sono poi tutta una serie di esseri intermedi che si chiamano Eoni, sono 365 e sono emanati da Dio.Il mondo come nasce secondo gli gnostici? Il mondo nasce in seguito ad una mescolanza di elementi del regno della luce con la materia, elementi che vengono riorganizzati per opera dell'ultimo di questi 365 eoni. L'ultimo eone viene identificato con lo Yahweh dell'Antico Testamento.

Un altro elemento caratterizzante lo Gnosticismo è la redenzione ritenuta una liberazione di scintille di luce imprigionate nella materia. Chi opera questa liberazione? La opera un eone superiore, il quale assume un corpo apparente. Gesù Cristo è l'eone che libera la luce dalla materia e che non può assumere un corpo reale in quanto avrebbe una macchia che gli deriverebbe dalla materia ritenuta l'origine del male.

Pe quanto riguarda gli uomini, gli gnostici li dividono in 3 categorie:

  1. La prima categoria è quella degli Ilici costituita da persone prevalentemente materiali e più ordinarie.

  2. La seconda categoria è quella degli Psichici a cui appartengono i credenti ordinari, si tratta della categoria in cui si trovano la maggior parte dei credenti.

  3. La terza categoria è quella degli Pneumatici o Gnostici costituita da uomini perfetti, gli unici a partecipare alla redenzione, a questa liberazione della materia.

Gli insegnamenti di questa setta degli gnostici sono divisi in due classi: ci sono insegnamenti essoterici i quali si possono rivelare e gli insegnamenti esoterici che sono riservati solo agli iniziati, a coloro che sono addentro a quella corrente. Bisogna sottolineare che alcuni elementi appariranno anche in seguito come, ad esempio, il dualismo d cui deriva chiaramente la concezione negativa della materia e quindi una tendenza ascetica di rigore estremo che peraltro provocò in alcuni casi reazioni opposte, una licenziosità morale e i centri pincipali dello gnosticismo sono Alessandria in Egitto e Antiochia in Siria e per un certo tempo anche Roma dove si ricordano alcuni gnostici come Basilide, Valentino e Carpocrate. Alcune affinità con gli gnostici presenta Marcione che era un rigorista originario del Ponto, venuto a Roma nel 140 e che rigettava completamente l'Antico Testamento. L'avversario più forte dello gnosticismo fu Ireneo di Lione che scrisse un'opera intitolata “Smascheramento e confutazione della falsa gnosi”.

Nel III sec. Clemente Alessandrino cercherà di dimostrare come il Cristianesimo accoglie e sviluppa gli elementi positivi che sono nella gnosi presentando il cristiano perfetto come il vero gnostico quindi combinazione della ellenizzazione del cristianesimo, volendo dare al cristianesimo una forma filosfica sul modello delle grandi scuole di lingua greca.

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Published by Caiomario - in Filosofia
5 febbraio 2015 4 05 /02 /febbraio /2015 19:30

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) fu durante il periodo dell'Umanesimo, assieme a Marsilio Ficino e a Niccolò Cusano, una delle più importanti figure di quella corrente di pensiero denominata "platonismo" che, in opposizione agli averroisti e agli occamisti, si richiamava al pensiero di Platone e dei platonici. Il platonismo fu essenzialmente tutto teso a dimostrare la superiorità di Platone rispetto ad Aristotele, tuttavia la mediazione del cristianesimo, fece sì che tale filosofia assunse dei caratteri del tutto originali rispetto al pensiero dello stesso Platone. Non è facile mettere una cesura netta tra le questioni che rientrano nell'ambito letterario e quelle proprie della filosofia in quanto tutto il movimento umanistico, compreso quello letterario, ondeggiante tra la cultura classica e quella cristiana, si sviluppa partendo dalla filosofia. Francesco Petrarca, ad esempio, quando parla di "sapientia christiana" utilizza i testi tanto di Platone quanto di Cicerone e li utilizzain funzione della figura di Cristo. Anche Pico della Mirandola riteneva che la migliore filosofia fosse quella elaborata da Platone ma la utilizza perseguendo le finalità proprie del Cristianesimo. Pico, fu un platonista sui generis in quanto tentò di valorizzare  anche l'aristotelismo e il tomismo con l'intento ambizioso di rinnovare il Cristianesimo. Pico elaborò quella teoria della pax unica che avrebbe dovuto, secondo i suoi intenti, unire tutti i movimenti religiosi del suo tempo. Per perseguire questo fine elaborò, all'età di soli ventiquattro anni, 900 tesi che andò a discutere a Roma; questa iniziativa allarmò gli ambienti filosfici e teologici romani al punto che papa Innocenzo VIII nominò una commissione che censurò 13 tesi. Per Pico, in odore di eresia, fu l'inzio di un periodo della vita molto travagliato che si concluse solo grazie alla completa assoluzione avvenuta ad opera di papa Alessandro VI che riconobbe l'aderenza del pensiero di Pico alle posizioni dell'ortodossia cattolica. Le opere della cosiddetta "disputa romana" sono: Conclusiones, Apologia e l'Oratio che venne più tardi denominata dai posteri De hominis dignitate. Altre opere di Pico sono l'Heptaplus dove il commento al racconto dei sette giorni della creazione diventa il pretesto per interpretare la storia e la natura alla luce della creazione e della redenzione; il De ente et uno dove Dio viene presentato come Essere assoluto che è Uno davanti alla molteplicità delle creature da lui create e infine Disputationes adversus astrologiam divinatricem dove Pico stronca l'astrologia bollandola come una falsa scienza capace solo di favorire la superstizione e l'ignoranza. Pico, uomo dalle vaste conoscenze, poliglotta e profondo conoscitore dei testi classici, è oggi ricordato soprattutto per la sua prodigiosa memoria, ma la sua eredità più importante è quella di un disegno ambizioso alla cui base vi era il desiderio di pervenire ad una sintesi filosofica che avrebbe dovuto rinnovare gli ambienti crisiani in vista di una duratura e proficua pax unifica di tutte le correnti di pensiero dell'epoca. Visionario? Forse, ma la storia del pensiero è storia di visioni che hanno precorso i tempi stimolando il progresso dell'uomo.

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