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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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Curzio Malaparte - La pelle

Io ero l'Europa. Ero la storia d'Europa, la civiltà d'Europa, la poesia, l'arte, tutte le glorie e tutti i misteri dell'Europa. E mi sentivo insieme oppresso, distrutto, fucilato, invaso, liberato, mi sentivo vigliacco ed eroe, bastard e charming, amico e nemico, vinto e vincitore. E mi sentivo anche una persona per bene: ma era difficile far capire a quegli onesti americani che c'è della gente onesta anche in Europa. - Curzio Malaparte -

La pelle

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Curzio Malaparte - La pelle

Dove collocare un romanzo come "La pelle" di Curzio Malaparte? Penso che ogni tentativo di catalogazione e di riduzione a canoni letterari codificati  risulti inadeguato in quanto "La pelle" è uno dei più straordinari esempi di un racconto unico che è nel contempo diario storico e testimonianza diretta di uno degli indiscussi protagonisti della letteratura italiana. Vorrei insistere sulla unicità de "La pelle", prova ne è il fatto che nessuno, dopo Malaparte, ha affrontato l'argomento in termini così provocatori, in quanto sarebbe stato impossibile riprodurre quelle specificità e quel clima che si ritrovano nel racconto di Malaparte.  Non c'è dubbio che Malaparte avrebbe malgradito che la storia tormentata e scandalosa dell'Italia liberata rimanesse solo un racconto perché è pur vero che di questo si tratta, ma è impossibile leggere "La pelle" senza domandarsi di cosa sia stata la presenza degli americani in Italia dallo sbarco in Sicilia in poi. Qualcuno potrebbe anche obiettare che bisognerebbe circoscrivere "La pelle" a Napoli e solo a Napoli perché nulla di ciò che ha raccontato Malaparte è accaduto in altre parti d'Italia. 

Appare evidente che Malaparte attraversò un momento di grande inquietudine e di dubbi quando si verificarono i fatti di Napoli dove la Liberazione venne vissuta con entusiasmo ma anche come occasione di sopravvivenza. Sicuramente il rapporto tra vinti e vincitori non può essere simmetrico ma nel caso della Liberazione a Napoli accadde qualcosa che innescò un meccanismo perverso in cui il vincitore  poteva "liberare" i suoi istinti con il vinto che a sua volta poteva esercitare un certo potere da cui sicuramente traeva non pochi vantaggi. Emblematiche risultano le parole di Malaparte su questo punto: 

"Ma, non ostante l'universale e sincero entusiasmo, non v'era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto. Non saprei dire come questo strano sentimento fosse nato nell'animo del popolo. Era fuori di dubbio che l'Italia, e perciò anche Napoli, aveva perduto la guerra. E certo assai più difficili perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti sono buoni, non tutti son capaci di perderla. Ma non basta perdere la guerra per avere il diritto di sentirsi un popolo vinto" (1)

Sì l'Italia aveva perso la guerra ma i napoletani non si sentivano un popolo vinto,  ancora su questo aspetto tutto napoletano Malaparte scrive:

"Ma potevano gli Alleati pretendere di liberare i popoli e di obbligarli al tempo stesso a sentirsi vinti? O liberi o vinti. Sarebbe ingiusto far colpa al popolo napoletano se non si sentiva né libero né vinto" (2)

La questione se vogliamo è tutta in questo interrogativo che contiene una risposta che comprende e spiega. L'occupazione alleata a Napoli fece i conti con una massa multiforme da corte dei miracoli dove le uniche due attività che contavano erano "comprare" e "vendere", la Liberazione avrebbe dovuto invece fare i conti con un popolo vinto che mantenendo integra la sua dignità avrebbe dovuto guardare al futuro. Non fu così. Ed è noto, troppo noto, il fatto che il racconto del maledetto toscano venne  poi messo al bando dal consiglio comunale di Napoli, una tardiva e patetica reazione di retroguardia piuttosto che lo scatto d'orgoglio di chi non avrebbe dovuto sentirsi occupato e comprato. La colpa si può dividere e in questa storia "Principi e lazzaroni" (per usare le parole di Malaparte), seppur con gradualità diverse, hanno avuto le loro colpe, ma è difficile non trovare colpe  nella umana natura, tuttavia pensare che il fenomeno della genuflessione nei confronti dei liberatori fosse un caso napoletano è un errore e sarebbe una mistificazione storica, ma domandiamoci se oggi non accade esattamente la stessa cosa. La questione da rigettare non è sottomettersi ma quella di calpestare la propria dignità,  sapere vivere l'umiliazione (purtroppo è da sempre costume degli americani infliggere ai vinti questo trattamento) non vuole dire assolutamente mettersi in vendita anche se si muore di fame. Possiamo storicizzare, comprendere, capire ma dobbiamo ammettere che non tutti i popoli reagirono alla sconfitta nello stesso modo e  questo è il punto su cui antropologicamente bisognerebbe farsi molte domande.Nessuno obbligò molte donne napoletane a vendere il proprio corpo  ai vincitori con la messinscena della parrucca, anche se vinte e misere quello stratagemma ripugna e un po' diverte.  La parrucca -a mio parere- ben rappresenta simbolicamente il punto più basso del degrado a cui arrivò un'umanità che sembrava aver perso ogni freno inibitorio.

Ciò non toglie che "miseria e nobiltà" convivano sempre anche nelle realtà più degradate. 

  Malaparte è perfettamente consapevole che dopo una guerra bisogna fare i conti con i vinti e con i vincitori e si domanda se  sia più difficile il mestiere del vinto o del vincitore, ma sulla differenza di valore non ha dubbi al punto di affermare quasi come se fosse una sentenza da scolpire su pietra:

"Ma una cosa so certamente, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori" (3)

Ci dovremmo chiedere se i racconti scandalosi e sconvolgenti raccontati da Malaparte possano avere ancora un significato oggi, ma si è quasi certi che i Gendarmi della Memoria (prendo a prestito un'espressione di  Giampaolo Pansa che è anche il titolo di un suo fortunato libro), non permetterebbero che Malaparte venisse letto a scuola insieme a Moravia, a Pasolini, a Elsa Morante, a Vittorini etc. insomma a tutti i protagonisti della letteratura italiana del dopoguerra. Non si è in malafede nel ritenere che ancora oggi si preferirebbe mettere da parte Malaparte, semplicemente ignorandolo, quasi come se questo giornalista, prosatore, saggista e commediografo non fosse esistito. Si è troppo abituati ad un'ipocrisia di facciata che negli ultimi tempi ha rialzato la spocchia di sempre, questa spocchia che seleziona e omertosamente accantona non può permettersi di riabilitare Malaparte, fascista convinto prima, marxista dopo ma sempre eretico e contro anche nelle collusioni con il potere.

Ad maiora.

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Il romanzo "La pelle" venne pubblicato la prima volta in Francia nel 1947, all'edizione francese seguì poi la pubblicazione in Italia nel 1949 dove le vendite, come viene riportato nel retro di copertina, "superarono il milione di copie".

Il libro si compone di 12 capitoli, nell'edizione per i tipi della Garzanti del 1967 è presente uno scritto autobiografico di Malaparte che l'editore decise di pubblicare per fare comprendere le "intenzioni perseguite dall'Autore nella sua tanto discussa opera".

  • La peste
  • La vergine di Napoli
  • Le parrucche
  • Le rose di carne
  • Il figlio di Adamo
  • Il vento nero
  • Il pranzo del Generale Cork
  • Trionfo di Clorinda
  • La pioggia di fuoco
  • La bandiera
  • Il processo
  • Il dio morto
  • Documenti autobiografici

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(1) Curzio Malaparte, La pelle, Milano, Aldo Garzanti Editore, 1967, p. 9.

(2) Ibidem, p.10.

(3) ibidem, p. 329.

 

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Preferivo la guerra, alla peste che dopo la liberazione, ci aveva tutti sporcati, corrotti, umiliati, tutti, uomini, donne, bambini. Prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire, Ora lottavamo e soffrivamo per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce. - Curzio Malaparte -

La pelle

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