Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Diceria dell'Untore - Gesualdo Bufalino
QUANDO LA MEDITAZIONE DIVENTA IMPOTENZA
In occasione di una visita presso un cimitero monumentale, siamo rimasti profondamente colpiti da quello che abbiamo visto lungo il percorso che è stato anche un percorso della memoria, l'atmosfera di putrescenza aumentava ogni qual volta ci soffermavamo sulle lapidi che risalivano ai primi anni dell'Ottocento, ci provocava un senso di disperazione notare che su quelle tombe non c'era un fiore e constatare che il marmo filato e ricoperto di muffe era dovuto ad un'incuria causata non solo dall'oltraggio del tempo trascorso, ma anche dal fatto che gli eredi si erano estinti e che non c'era più nessuno che potesse prendersi cura delle tristi urne.
Ancora più desolante era la vista delle tombe di antiche famiglie, tombe completamente abbandonate e nella più assoluta desolazione, nomi antichi, cognomi ormai desueti nella comunità cittadina che rivelavano antiche commmistioni tra culture diverse che si erano radicate in quella città, il cimitero monumentale era quello di Bonaria, l'antico cimitero di Cagliari.
È stato inevitabile collegare a quelle lugubri visioni il destino di ogni essere umano, condannato ad essere dimenticato nello spazio di un paio di generazioni e salvo eccezioni, questa memoria dimenticata non risparmia nessuno e nessuno riesce ad andare oltre alla terza generazione e così sarà fra due o tre generazioni quando il tempo annullerà il ricordo di chi scrive.
Il tempo è un'astrazione che l'uomo ha inventato per misurare gli accadimenti, la vita poi è piena di interrogativi che sfociano in diversi comportamenti tra cui quello di cercare di non pensare come se questo pretesto possa aiutare a non riflettere, ma l'illusione dura poco perchè la putrescenza a cui andiamo incontro inizia nel momento in cui nasciamo.
DICERIA DELL'UNTORE, UNA PERLA NELLA NARRATIVA ITALIANA
È noto che Gesualdo Bufalino ha pubblicato tardi (ad oltre sessant'anni d'età) il suo primo romanzo ma, quasi come se si fosse ristabilita sorta di giustizia, ha fatto in tempo a raggiungere quella notorietà che si meritava anche grazie alla coraggiosa ed accorta scelta dell'editore Sellerio che aveva visto bene quando nel 1981 decise di pubblicare questo bellissmo racconto che si discosta, per stile e per il tema trattato, da qualsiasi collocazione a questa o quella corrente letteraria.
Il fatto che Bufalino non appartenesse a correnti letterarie che contavano, ha in parte ritardato il giusto riconoscimento ma Bufalino scriveva per passione ed era un intellettuale che conosceva bene la lingua italiana al punto che anche il lettore colto viene colpito dalla straordinaria ricchezza del suo scrivere.
"Diceria dell'untore" è un racconto che esce fuori dallo schema delle narrazioni ordinarie, può essere definito un'opera filosofica dove i protagonisti nei loro dialoghi indulgono alla riflessione alta, a volte allucinata ma mai surreale; Diceria dell'untore è una riflessione impotente sulla morte e l'orrore, un racconto sul dolore che accompagna ogni istante della vita dei protagonisti che vivono in un luogo simbolo: il sanatorio di Palermo; un luogo che ricorda il lazzaretto manzoniano e che come quello, è il luogo terminale di disperazione in cui ogni speranza sembra venir meno; quand'anche questa speranza venga a manifestarsi, è comunque un'illusione temporanea, un'anticamera della morte che appare beffarda anche per chi la vive.
Una delle figure centrali del romanzo è Mariano Grifeo Cardona di Canicarao detto Don Magro, una specie di Dottor Morte che pratica l'eutanasia accompagnando i morituri nell'ultimo percorso della loro esistenza e non si comprende se questo suo agire sia quello di chi per pietà vuole alleviare le sofferenze o quello di chi, alleato della Signora, crede di facilitarne l'azione.
Ma è anche Don Magro che chiede a Dio il perchè di questa sofferenza, esattamente come fece Giovanni Paolo II ad Auschwitz quando ebbe un moto di ribellione dinanzi a tanto dolore inspiegabile alla ragione umana.
Dinanzi a una sofferenza senza fine, ad un orrore che è lugubre come i cadaveri in putrescenza, dinanzi ad un attendere la morte ed essere morti quando si è ancora vivi, può esistere la speranza?
E' singolare la storia d'amore intrecciata dal protagonista e voce del racconto e la giovane Marta, la più "putrida" di tutte, una ragazza febbricitante che però sembra essere ancora attaccata alla vita al punto da scappare dal sanatorio per vivere un presente senza futuro.
Perchè questo attaccarsi alla vita e questo illudersi di qualcosa che sarebbe stato destinato a finire di lì a poco? Forse non c'è risposta a questo interrogativo, ma se Marta ha il volto della morte anche in questa circostanza non si può non pensare che anche chi vive con la morte dietro l'angolo si attacca ad ogni istante della vita vivendolo come se fosse l'ultimo.
Una storia d'amore che appare beffarda come beffardi appaiono gli spettacoli teatrali organizzati dal Magro per i malati e dove gli ammalati stessi sono attori, la scena ricorda quelle orchestrine che venivano organizzate nei campi di concentramento e che accompagnavano in un lugubre percorso di morte gli internati che andavano a morire.
Gesualdo Bufalino riesce a trasmettere emozione al lettore in questo stupendo romanzo ricorrendo ad uno stile letterario dove il lessico è ricco, il ricorso alla metafora frequente, la comparazione usata per ampliare un concetto è ben inserita in ogni pagina e dove l'aggettivazione non è mai fuori posto.
Ogni capitolo dovrebbe essere seguito da una pausa di riflessione, annotando le frasi che spesso sono dei veri e propri aforismi che affascinano per la loro profondità e per la capacità di conquistare anche i lettori più critici e disincantati.
SCHEDA DEL LIBRO
Per maggiori informazioni si rimanda alla pagina dell'editore:
http://www.sellerio.it/it/catalogo/Diceria-Untore/Bufalino/1308
Articolo dell'autore pubblicato alltrove in forma modificata.