Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo borghesi, amici.
- Pier Paolo Pasolini -
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Non posso fare a meno, ogni qualvolta si parla di politica, di fare riferimento al contenuto di due libri di Pasolini che ancora oggi mantengono intatta tutta la loro carica "eversiva": "Scritti corsari" e "Empirismo eretico".
Si rimane stupefatti del fatto che gli articoli contenuti nei due libri continuino ad essere attuali, sicuramente perché la critica pasoliniana alla società neocapitalista si può applicare alla società globalizzata del nuovo millennio.
Eppure se tra l'Italia del miracolo economico e quella attuale vi sono profonde differenze non si può non constatare che il conformismo culturale sia una costante che lega i due periodi, un conformismo culturale che sta ammorbando tutti i campi dalla politica alla letteratura, dal cinema alle altre molteplici manifestazioni in cui si esprime la creatività umana.
Pasolini aveva una rarissima capacità, quella di " saper fare letteratura" ad altissimo livello esattamente come faceva ad altissimo livello: giornalismo, poesia e cinema. E lo faceva bene. molto bene.
Quando Pasolini parla di letteratura non mette in discussione la forma o il modo di esprimersi, ma mette in discussione il ruolo stesso della letteratura che riteneva del tutto inadeguata a dare una risposta ad una società in cui si succedevano formidabili e repentini cambiamenti.
Rileggendo, ad esempio, un articolo intitolato "Guerra civile" contenuto nella raccolta, si comprende perché Pasolini fosse un intellettuale scomodo al politburo del PCI dell'epoca; commentiamo queste parole che pesano come un macigno:
"la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l'operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di una "anticomunità" in cui il lavoratore giunga alla esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto della completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni."
Non sono le parole di un reazionario ma quelle dell'intellettuale più irriverente e antiorganico della cultura italiana del Novecento, critico verso ogni forma di omologazione anche quella della sinistra, anzi si potrebbe dire in primis della sinistra.
In questo celebre articolo Pasolini rivendica il ruolo della sinistra pacifista americana arrivando a dire che le istanze della Nuova sinistra americana gli ricordavano lo stesso clima di urgenza, di lotta e di speranza che animavano la Resistenza italiana.
Questo scritto apparve subito come provocatorio e il fatto che venne accolto su "Paese Sera" ( uno dei giornali più schierati dell'epoca) fece discutere l'intellighenzia del PCI sempre ondeggiante tra ragioni della società italiana e il modo di interpretare il comunismo alla maniera dei sovietici.
Eppure pensiamo alle proteste degli indignati americani e ragioniamo sulle modalità in cui si sono espresse. Quando Pasolini qualche decennio fa affermava che: " Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta", si rendeva conto che gli strumenti di lotta di quello che definiva il "sacro teppismo" erano del tutto inadeguati ad affrontare un potere forte che deteneva il controllo della violenza.
È un vecchio problema mai risolto che mantiene tutta la sua attualità soprattutto quando si devono affrontare delle manifestazioni di lotta che devono essere necessariamente non violente per affermare le proprie ragioni.
Gandhi riuscì a cacciare gli inglesi con la più straordinaria manifestazione non violenta che il mondo possa ricordare, se avesse affrontato gli inglesi con le armi, gli indiani avrebbero perso senz'altro.
Ed è proprio questo il punto che Pasolini più di una volta ribadì nei suoi scritti e che, a distanza di anni, mantiene intatta tutta la sua attualità e che in questo scritto così espresse. "Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo".
In "Empirismo eretico" troviamo, poi, una raccolta di saggi sul cinema che costituisce l'occasione per ragionare sul modo di fare ed intendere il cinema, per il lettore odierno si tratta di scoprire un Pasolini profondamente innamorato della tecnica cinematografica che riteneva uno straordinario strumento di espressione capace di cogliere quegli aspetti della realtà che la forma scritta era insufficiente ad esprimere.
Ancora una volta emerge prepotente la critica di Pasolini di un certo modo di fare cinema e lui artigiano antico della macchina da presa, grande sperimentalista originale e innovativo fu un feroce detrattore del cinema dell'industria delle grandi case cinematografiche che avevano e hanno come unico scopo quello di inseguire e solleticare le pulsioni più basse delle masse.
Ritengo (ma questa è un'opinione del tutto personale) che il cinema di Pasolini sia una delle prove più alte della sua arte, un'arte non facile da comprendere in prima battuta ma che è sempre ricerca e prosecuzione della sua attività di poeta e romanziere.
Pasolini riteneva che il cinema fosse una "lingua della realtà" (l'espressione è sua) vale a dire una forma di espressione che organizza in forma strutturata quello che accade liberamente nella realtà.
Da appassionato di quel cinema posso dire che film come "Teorema", "Il Vangelo secondo Matteo" o "Medea" sono ancora oggi così evocativi al punto che si apprezza quella straordinaria la capacità che aveva Pasolini di rompere con tutti gli schemi di una tradizione filmica troppo legata a schemi precostituiti.
Il Pasolini teorico (si legga il bell'articolo intitolato " La lingua scritta della realtà) è prima di tutto un abile dilettante della tecnica cinematografica, della fotografia, del montaggio ( non fece alcuna scuola di regia), ma è prima di tutto autore originale che seppe unire in modo mirabile filosofia, arte, letteratura nel cinema. Non è poco!
PASOLINI IL PROVOCATORE
Riporto qui di seguito per esigenze di commento, il celeberrimo articolo che Pier Paolo Pasolini scrisse dopo gli scontri di Valle Giulia, a Roma, davanti alla facoltà di Architettura avvenuti in occasione della manifestazioni studentesche tenutesi nel 1968, lo scritto si trova in "Empirismo eretico":
"Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici,
"Popolo" e "Corriere della sera", "Newsweek" e "Monde"
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
alla vecchia lotta intestina".
ANALOGIE CON IL PRESENTE
Bisognerebbe chiedersi se sia cambiato qualche cosa rispetto a quando Pasolini scrisse queste parole che ancora oggi pesano come macigni? Cosa avrebbe scritto Pasolini a proposito di quel che è accaduto a Roma in occasione della manifestazione degli indignati del 15 ottobre 2011? Qualcuno sempre pronto a fare dei distinguo dirà che le circostanze sono diverse, che i protagonisti degli scontri provengono da altre classi sociali e che non si può paragonare la situazione del 2011 a quella degli anni '60 e '70.
Non possiamo dire con certezza se Pasolini, nella situazione odierna, avrebbe ripetuto gli stessi concetti, pertanto gli interrogativi posti nelle righe precedenti rimangono, ma ipotizzando che davanti a fatti e circostanze che presentano molti punti di contatto con tutti i movimenti protestatari del passato, probabilmente avrebbe ripetuto il medesimo concetto.
Sta di fatto che i motivi della protesta attuale "benché dalla parte della ragione" non sempre tengono conto dei formidabili cambiamenti in atto che sono avvenuti in questi decenni.
A mio parere il rivendicare "la propria fetta di torta" è una rivendicazione molto pericolosa che non porta da nessuna parte, soprattutto pensando a quei giovani che si rifiutano di fare qualsiasi lavoro perché sono laureati e che "per diritto", pretendono di avere un posto in cui "non si sporcano le mani".
Queste rivendicazioni sono figlie del peggior "classismo culturale" che porta i popoli vecchi (come il nostro) al loro inevitabile tramonto perché nessuna società si può reggere su una pletora di persone che pretende di lavorare dietro una scrivania.
Sono cosciente del fatto che molti interpreteranno tale lettura dei fatti come un conato della peggior reazione, ma non è così, è esattamente il contrario "cari e care" (così si rivolgeva a loro Pasolini).
Recentemente ho visto un'intervista televisiva in cui un ragazzo ha affermato che lui essendo un perito industriale "non doveva sporcarsi le mani" e il suo compito era quello di "dirigere una squadra" e non di fare un lavoro manuale.
Ecco la deriva culturale che viene da lontano e che rimane uno dei motivi della nostra scarsa competitività al livello mondiale tra i paesi industrializzati; abbiamo perso l'attitudine a sporcarci le mani, quell'attitudine che avevano gli antichi Romani che erano ingegneri, architetti, costruttori e soldati.
Mi viene in mente un verso di "Compagno di scuola" la canzone di Antonello Venditti che raccontava come si viveva la scuola di quegli anni:
"Compagno di scuola, compagno di niente
ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?"
Questa è la fetta della torta che molti rivendicano?
Credo che il peggior servizio che si possa fare alla conoscenza sia quello di mettere in sequenza "titolo di studio" e rivendicazione di un posto di lavoro ben pagato e comodo. Pasolini anticipò questa tematica e aveva ben compreso che le istanze spesso rivendicate da coloro che stavano dalla parte della ragione provenivano da una classe sociale piccolo borghese che non conosceva affatto la miseria.
Per quanto possano provocare sentimenti di risentimento, le parole di Pasolini non si possono eludere perché il rischio concreto è che tutto ancora una volta finirà nel nulla.
L'operaio che sta in cassa integrazione, deve mantenere una famiglia e guadagna 880 euro al mese è il vero povero, ma chi va in giro con la macchina di mammà e non si vuole sporcare le mani, è povero?
"Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo borghesi, amici"
Pier Paolo Pasolini