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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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La malora - Beppe Fenoglio

IL NEOREALISMO DI FENOGLIO 

La letteratura neorealista ci offre una galleria di eroi positivi e Fenoglio può essere considerato non solo il migliore narratore della Resistenza ma anche colui più aderente alla rappresentazione di una positività dei personaggi che animano i suoi romanzi, personaggi che anche quando muoiono non lo fanno mai in nome di un'ideologia politica ma sempre per difendere una dignità dell'esistere che può comportare anche scelte radicali. 
Fenoglio è noto soprattutto per la cosiddetta letteratura sulla Resistenza che non rappresenta mai come una celebrazione della stessa ma che interpreta come una ricerca vissuta, come un' epica esistenziale coerente ad un impegno che in primis è impegno verso la vita e che legge come una prova che fatalisticamente misura la dignità umana, la sua vitalità e la capacità di riscattarsi. 

Dal punto di vista interpretativo e filologico possiamo quindi distinguere due periodi della produzione narrativa di Fenoglio, quello dei suoi primi libri come "I ventitrè giorni della città di Alba" (1952) e "La malora" (1954) caratterizzata da una visione neorealista fortemente ancorata a soluzione narrative di derivazione verghiana e quella di maggior spessore narrativo rappresentata dall'incompiuto "Il partigiano Johnny" e da "Una questione privata". 
E' del primo periodo che per maggior comodità espositiva possiamo definire neorealista il libro intitolato "La malora", un romanzo breve in cui è del tutto evidente una corrispondenza con le tematiche del verismo italiano e in particolare con Verga al punto che diventa difficile distinguere le condizioni di vita del contadino langarolo da quello siciliano. 
La tipicizzazione geografica (Langhe ed Acitrezza) si annulla completamente davanti ad una disumnizzazione della vita e dei rapporti sociali che è simile, perchè spesso erano identici i modi di produzione di un'Italia prevalentemente caratterizzata da un'economia agricola inquadrata secondo le regole della mezzadria. 
Non c'è quindi da stupirsi che nelle Langhe si vivesse come ad Acitrezza: l'arretratezza culturale era una conseguenza di una situazione di precarietà ma era anche una scelta esistenziale in cui l'unica cosa che contava era la legge dell'interesse economico. 
La terra, il campo coltivato, le braccia, il raccolto erano i pensieri che assillavano il contadino che viveva una situazione di totale subalternità culturale e in cui la figura del capoclan era la figura del maschio dominante. E' interessante vedere che questo mondo contadino dominato da violenza e soprusi sia ben lontano dall'incosistente idea di chi pensa ad esso come a un mondo ideale animato da una bucolica felicità, niente di tutto questo in realtà ha animato un mondo economico in cui i valori erano esclusivamnete quelli della sopravvivenza e della durezza, una durezza spietata che sarà poi trasferita negli ambienti urbani a partire dai primi del Novecento quando iniziò il lento ed inesorabile spopolamento delle campagne. 

Il romanzo di Fenoglio non è comunque solo una fotografia di quel mondo contadino e sarebbe riduttivo inquadrarlo entro i canoni interpretativi di quel verismo minore impregnato di dialettalismi e di un limitativo provicialismo che depotenzia persino il valore dei modi espressivi ma è in tutto e per tutto ascrivibile all'idea di fondo che animerà anche i successivi romanzi, sempre finalizzati alla ricerca di una verità esistenziale che non può prescindere dalla vita scandita da prove terribili che mettono in discussione la dignità umana. 
Se la regola dell'interesse e la spietatezza governano il mondo rurale, i personaggi che lo animano sono altrettanto spietati e duri ma non esiste un intento dissacratorio da parte di Fenoglio come è del tutto assente qualsiasi finalità che voglia idealizzare il mondo contadino. 
Quelli descritti da Fenoglio sono personaggi autentici nel senso che autentici sono i sentimenti che li animano e la loro spietatezza non fa che accentuare il distacco da parte del lettore che vede quel mondo come qualcosa di ben lontano da ogni mitizzazione che per esempio ritroviamo in un altro grande piemontese, Cesare Pavese che, al contrario, vedeva la campagna dall'esterno, dal punto di vista del'uomo di città che voleva recuperare il senso dell'esistenza. 
Pavese era dominato dal vagheggiamento della campagna come mondo autentico e lo contrapponeva alla città, Fenoglio racconta autenticamente il mondo rurale dall'interno senza contrapporgli niente, quello di Pavese è il mondo del mito, quello di Fenoglio è il mondo visto così come è, ma esiste un filo comune che possiamo individuare nella convinzione di entrambi di un destino ineluttabile governato da forze primitive, da pulsioni ineluttabili che appaiono quasi come una maledizione e a cui è impossibile sottrarsi. 

**Il mondo rurale descritto ne "La malora" sembra calato nella astoricità, l'assenza di riferimenti cronologici ci rivela un mondo rurale immobile sempre eguale a se stesso, scandito solo dai ritmi di modi di produzione condizionati dai ritmi del succedersi della stagione, un mondo sospeso dove la sopravvicenza è l'unico motore delle relazioni sociali pagata al prezzo di una fatica disumanizzante che non lascia alternative. 
Non bisogna dimenticare che tutta l'economia rurale della mezzadria era non solo caratterizzata dal fatto che una parte consistente del raccolto doveva essere consegnata al proprietario del fondo ma anche dal fatto che gli scambi erano merce con merce, il baratto infatti era la forma di scambio di quelle società che non conoscevano l'uso del denaro e almeno fino alla prima metà degli anni Cinquanta questa forma era esattamente quella che si praticava da secoli. 

E' quindi quello de "La malora" un mondo immobile e sospeso perchè immobile era l'economia, un'economia arretrata solo in parte sfiorata dai grandi eventi storici e così immobili appaiono i personaggi che sono i protagonisiti del romanzo che sembrano non poter sfuggire al loro destino, anzi il destino viene accettato e in un certo qual modo perpetuato sino alle streme conseguenze. 
Da questo punto di vista Fenoglio riesce perfettamente a calarsi nella mentalità di quell'ambiente e la voce narrante del libro è quella di Agostino Braida, una voce tutta interna e affatto critica. 

Tuttavia non è che Fenoglio voglia semplicemente presentare una situazione di fatto che non lascia scampo e che è da accettare ineluttabilmente, la voglia di alternativa è presente ed è affidata alla figura di Mario Bernasca, un giovane che va a servizio dei Braida che si trasformano a loro volta in sfruttatori di altri sfruttati ed è a lui che Fenoglio affida il ruolo di essere la coscienza critica, il grillo parlante che suggerisce di trovare lavori meno faticosi come quello del mietitore stagionale o di andare a lavorare in città ad Alba. 
Interessante è anche la figura del padre di Agostino, una figura che ha molte analogie con quella del padre descritta da Gavino Ledda nel suo "Padre padrone" ma mentre lo scrittore sardo nel suo racconto autobiografico, narra della sua fuga dal padre, Agostino Braida che subisce le angherie del padre tiranno, alla sua morte finisce con prenderne il posto emulandone addirittura i comportamenti ee eliminando qualsiasi possibilità di mutamento della situazione che continua a rimanere eguale a se stesso. 
Eppure in questa scelta di Agostino sembra che Fenoglio abbracci l'idea di Pavese che nei suoi romanzi porta avanti il progetto esistenziale di un ritorno all'indietro verso le proprie origini e in questo senso le due operazioni sono perfettamente coincidenti in quanto le Langhe cessano di essere un luogo geografico e diventano un luogo metastorico, isolato dai grandi cambiamenti nonostante violenza e sangue dominino. 

***La figura di Agostino Braida è quella non solo di chi accetta quel mondo ma lo perpetua, è lo stessa condizione della donna che accetta la sua subalternità e la giustifica dicendo semplicemente che è così e che non fa nulla per cambiare perchè non vuole cambiare, è un'accettazione che non serba rancore, che non fa mai allusioni, mai osservazioni su qualche cosa che ritiene ingiusto, il chinarsi sulla terra e ammazzarsi di lavoro è l'unica possibilità per sfuggire al morire di fame, eppure il confine tra le due condizioni è talmente sottile che il baratro è sempre dietro l'angolo per cui ogni atto, ogni gesto è indirizzato a preservare quel poco che si riesce a ricavare dall'esser chini sulla terra ammazzondosi di lavoro come una bestia. 

Nonostante all'interno di questa comunità la violenza regoli i rapporti, la logica della sopravvivenza porta questi vinti a preservare all'interno del nucleo familiare un residuo di affetti che non può essere intaccato e che fa trasparire una luce in un'umanità lacerata ed abbruttita, è poco ma almeno non alimenta illusioni che purtroppo i miti ideologici spesso alimentano. 

Beppe Fenoglio, La malora, Einaudi, Torino, 2005, p.90 
lA-MALORA.jpg
Prezzo euro 8,00 


Quando il tempo per lavorare toglie quello per pensare.......


 

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