Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Sono trascorsi ormai cinquant'anni dalla tragica morte di Cesare Pavese che a poche settimane dalla consacrazione ufficiale del Premio Strega si uccise in un albergo di Torino, eppure i suoi scritti continuano ad essere scoperti dalle nuove generazioni in quanto la sua opera è una tra le più emblematiche e sofferte del nostro tempo.
"Lavorare stanca" è una raccolta di liriche che nascono in un contesto completamente diverso rispetto a molta dellla poesia di quegli anni;oggi, rileggendo quelle pagine si può riscoprire un intellettuale in continua ricerca di se stesso, un uomo di pensiero che visse una profonda lacerazione dovuta all'impossibilità di aderire a quelle scelte a cui una generazione intera scelse di acconsentire.
"Lavorare stanca" è una raccolta di poesie su cui Pavese mise più volte mano, aggiungendo, togliendo, riadattando ma anche nella prima forma pubblicata nel 1936 è presente lo stile di Pavese caratterizzato da un intenso lirismo che si incontra con i miti a cui lo scrittore langarolo attinse per tutta la vita.
Soffermiamoci su questo verso:
"Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio.......................................... .............."
In questo famosissimo verso che apre la prima raccolta, c'è la forma della poesia di Pavese, definita poesia-racconto e che lui stesso definì come il ritmo del suo fantasticare.
Merita una particolare segnalazione la lirica "I mari del sud", che rifiuta ogni forma di ermetismo e di linguaggio criptico, Pavese è chiaro, quando scrive, la sua prosa è poesia e la sua poesia è prosa, racconto, crea personaggi, invoca il paeaggio fatto di colline, fiume, mare, alberi, erba, animali della campagna, il cugino ricordato è visto come "un gigante vestito di bianco" e poi il mito della terra e il suo profumo che lo avvolge..
Sarà questo mito della terra e delle Langhe, che lo legherà fino all'ultimo giorno della sua vita e che ricorre in molti dei suoi scritti, a contrapporsi per anti-patia alla città che "gli ha insegnato infinite paure" dove "una folla, una strada lo hanno fatto tremare" dove gli sguardi degli altri gli appaiono inquisitori come se venisse spiato..
E' sicuramente con questo mito che la cultura italiana è nata e prima di essere urbana, è stata rurale nel ritmare armonico dei tempi della vita e nei valori condivisi e convissuti, a questa parte di cultura Pavese non sa rinunciare; senza dubbio la campagna vista da Pavese non è quella del contadino ma è quella dell'intellettuale che negli antichi riti di sangue e della riproduzione, vuole rintracciare il valore autentico dell'esistenza, ma proprio in questa ricerca, Pavese riscopre la sua inguaribile solitudine.
La città acuisce il senso di solitudine e di sdradicamento e lì nella città sente tutta la sua estraneità verso quel mondo che così poeticamente esprime:
"Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccio"
La raccolta è un tornare all'indietro, un viaggio verso le origini dove le Langhe, quelle suggestive zone del Piemonte sudoccidentale, assurgono metaforicamente al luogo dei luoghi in cui è possibile rintracciare l'uomo nella sua primitiva autenticità, ma in questa ricerca non c'è nulla di consolatorio perchè anche in quel mondo si ritrovano violenza, sangue e sopraffazione.
Per capire in fondo lo spirito della raccolta, bisognerebbe anche leggere un'altra opera di Pavese intitolata "La luna e i falò", opera scritta nel 1950 e che dimostra come lo scrittore piemontese non si sia mai staccato da quel percorso che incomincia con "Lavorare stanca" e che ha sempre avuto come obiettivo la dolorosa ricerca della propria identità.
Andiamo incontro alle buone letture, qualcosa troveremo.. questo ci aiuterà a capire una parte di noi..............