Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
LE TAMERICI DI VIRGILIO, PASCOLI E D'ANNUNZIO
I poeti hanno la capacità di saper parlare delle piccole cose in modo semplice soffermandosi sui particolari e Pascoli, più di altri, ha saputo, con un tono basso, descrivere la realtà agreste dalla quale la maggior parte di noi proviene. Sino a cinque generazioni fa i bis-bis nonni erano contadini e le nostre bis-bis nonne erano lavandare.
Quel mondo agreste non c'è più, ci rimangono però le bellissime 156 liriche di "Myricae", a me carissime per la loro semplicità che Pascoli amava paragonare alle tamerici, delle pianticelle che si trovano anche su certe spiagge e che hanno dei bellissimi fiori di color lillà. Mi sono riproposto di fare più attenzione alle tamerici quando andrò in campagna o sulle spiagge della Sardegna, perché queste pianticelle sono evocatrici da sempre di bella poesia; anche D'Annunzio parla di "tamerici salmastre ed arse" nella sua "Pioggia del Pineto" ma il più grande poeta che ha elevato a dignità le tamerici è stato Virgilio che scrisse: "iuvant arbusta humilesque mirycae" e questa definizione piacque a Pascoli che intitolò appunto la sua raccolta "Myricae".
LA VERSIONE BREVE E LUNGA DI MYRICAE
Sul numero delle liriche contenute in Myricae giova fare una precisazione che è nota ma che si presta a una riflessione; Pascoli nella prima edizione di Myricae del 1891 pubblicò una raccolta composta da sole ventidue poesie, solo nell'ultima edizione del 1903 (quella che noi oggi leggiamo) Pascoli arrivò a raccogliere centocinquantasei liriche. La scioltezza e la facilità con cui Pascoli arrivava a comporre le sue poesie (alcune espresse secondo la forma metrica del madrigale) nasceva prima di tutto dal riscontro del pubblico dell'epoca che ne apprezzava i "bozzetti" per lo spirito confortante che le caratterizza.
GLI STORNELLI MARCHIGIANI, ANDANDO PER LE CAMPAGNE MA NON CI SONO PIÙ ARATRI E LAVANDARE
Raccontare tutti i testi presenti in Myricae richiederebbe uno spazio non appropriato in questo contesto, segnalo alcune particolarità come l'influenza che ebbero due stornelli marchigiani in quella famosissima lirica intitolata "Lavandare":
"Ritorna, Amore mio, se ci hai speranza, per te la vita mia fa penitenza!/Tira lu viente e nevega li frunna/de qua ha da rvenì fideli amante" (dicono nelle Marche)
"Il vento soffia e nevica la frasca,/e tu non torni ancora nel tuo paese!/quando partisti, come son rimasta!/come l'aratro in mezzo alla maggese". (scrive Pascoli)
Anche questo aspetto è stato sviscerato e non costituisce affatto una novità, ma andando per le colline marchigiane nel periodo autunnale mi capita spesso di vedere le foglie che cadono come neve e di pensare al Pascoli, in quella campagne però non si vedono più aratri e lavandare.
LA BALLATA DEL LAMPO E DEL TUONO
Invitando alla lettura di Myricae segnalo una corrispondenza che ti sovverrà caro lettore ogni volta che sentirai un tuono e vedrai un lampo che ti farà ricordare Pascoli; nella raccolta sono presenti due piccole ballate intitolate "Il lampo" e "Il tuono" , due quadretti in cui le parole sono usate come i colori che disegnano due eventi di una natura che appare allucinante.
Il lampo è una delle poesie più belle della raccolta e forse tra le più personali perché -secondo i critici della letteratura- sembra che Pascoli in questa breve lirica abbia voluto ricordare il tragico evento della morte del padre che avvenne durante una notte in cui il cielo era squarciato dai lampi; bellissima pur nella sua brevità è "Il tuono" che riprende il tema della tragica notte in cui venne ucciso suo padre.
Non mi soffermo su quel capolavoro che è "Novembre", osservo solo che ogni volta che arriva l'estate di San Martino è quasi inevitabile pensare a questa lirica di Pascoli che in poche strofe descrive "l'estate fredda dei morti".
NOTE FINALI AD USO DEI POTENZIALI LETTORI
La raccolta edita da Zanichelli ha il pregio della completezza e della continuità nel solco della tradizione, Pascoli pubblicò infatti la sua raccolta definitiva proprio con la casa editrice di Bologna città a lui carissima dove affrontò gli studi universitari e dove nel 1906 succedette alla cattedra di letteratura a quell'altro gigante della nostra cultura che risponde al nome di Giosuè Carducci.
Myricae si può leggere sempre, non è un'opera pesante ed offre il pregio della brevità, affrontarne la lettura è come entrare in un museo, guardare un quadro, uscire e poi ritornare per guardarne un altro.
Del resto tutta la poesia pascoliana, come ad esempio i "Canti di Castelvecchio" è apprezzabile perché il Poeta con rapidi tocchi riesce a delineare perfettamente una situazione, altro aspetto importante riguarda il linguaggio usato da Pascoli: non è mai aulico, ma impiega parole tratte dalla vita quotidiana, per questo è accessibile a tutti e tocca le corde della sensibilità di ogni persona che potrà trovare nella raccolta la poesia che più lo rappresenta o nella quale rintraccia ciò che più corrisponde alla propria sensibilità.