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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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Padre padrone e recanto - Gavino Ledda

 

 

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Se si pensa alla vicenda personale di Gavino Ledda si rimane semplicemente stupiti: analfabeta fino a vent'anni e pastore nelle campagne della Sardegna, si laurea in lettere e diventa professore universitario di Glottologia (la disciplina scientifica che studia le lingue). 

Un caso esemplare che dovrebbe insegnare molto a tutti coloro che fanno professione di vittimismo e a tutti coloro che si piangono adosso. 

Ed è proprio Gavino Ledda a raccontarcelo: 

"L'italiano non lo sapevo parlare che sillabicamente" 

Gavino non aveva frequentato alcuna scuola e per arruolarsi nell'esercito aveva dovuto prendere la licenza elementare perchè quello era il requisito minimo richiesto, ed è interessante sapere come questo avvenne. 
La preparazione all'esame avvenne con le ripetizioni del padre (che a sua volta aveva conseguito la licenza elementare a trent'anni) e con quelle della maestra del paese. 
Ma nonostante avesse conseguito la licenza elementare grazie alla comprensione e clemenza della comissione d' esame, Gavino rimase sostanzialmente un'analfabeta. 

Una volta in Continente questo stato di emarginazione crebbe tra i commilitoni principalmente per il fatto della comunicazione, non sapendo esprimersi altro che in sardo. 

Tutte queste vicende personali sono raccontate da Gavino Ledda nel romanzo autobiografico "Padre padrone", romanzo da cui venne tratto anche un film di grande successo, diretto dai fratelli Taviani e che ebbe il riconoscimento della critica internazionale e che culinò nell'assegnazione della Palma d'oro al Festival cinematografico di Cannes, nel 1977. 

Quando Ledda decise di scrivere il libro, questo lo fece per due scopi: 
spiegare la propria esperienza a se stesso e farla conoscere agli altri. 

Il libro può essere interpretato con diverse chiavi di lettura: da una parte quella del rapporto tra un figlio, vittima e succube, e un padre "padrone", unico patriarca e decisore assoluto di ogni vicenda personale; dall'altra parte quella dell'emarginazione e della solitudine dovuta principalmente all'gnoranza. 
Sullo sfondo una società pastorale arretrata, basata su rapporti primordiali quasi elementari, dove il rapporto di subalternità incomincia a livello familiare manifestandosi sostanzialmente in uno stato di sottomissione e di totale soggezione nei confronti del potere paterno. 

Ma ecco che Gavino Ledda, oltre a darci una testimonianza delle sue vicende personali, indica anche la strada per liberarsi da questa sottomissione: la cultura. 

L'istinto ferino e animalesco del giovane pastore analfabeta, lo porta con il sacrificio e la dedizione a liberarsi da questo giogo attraverso il possesso della cultura, inducendo in ogni lettore la consapevolezza dell'importanza del linguaggio come mezzo fondamentale per impostare qualsiasi forma di rapporto individuale e sociale. 

L'emarginazione linguistica significa per il nostro autore emarginazione sociale, fatto che così descrive: 

"L'italiano non lo sapevo parlare che sillabicamente. Dovevo fare il balbuziente senza esserlo. Un vero smarrimento che trovava l'unico ripiego solo nei soliloqui desolati in sardo "pensato". 

o ancora:

"Il mio sardo lì non lo capiva nessuno. Io ero "muto" e senza una lingua:

come un essere inferiore che non poteva esprimere quello che pensava". 

Eppure il libro di questo ex analfabeta è scritto in un italiano perfetto, chiaro, scorrevole, frutto di un percorso di appropriazione della cultura che porterà Gavino Ledda ad essere professore ordinario di Glottologia all'Università di Sassari. 

 

 

Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/28695774@N00/4820811751

 


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