Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
I rapporti tra letteratura ed industria sono stati da sempre a doppio filo con l'impegno politico e civile, basti pensare ad un grande narratore come Paolo Volponi (1924-1994) che elabora tutta la sua produzione letteraria dopo avere avuto un'importante esperienza lavorativa all'interno del mondo industriale prima con Adriano Olivetti e poi con la FIAT.
L'idea di una letteratura che trattasse i temi dell'industria e del mondo del lavoro non è nuova nel panorama culturale italiano, già Elio Vittorini nel 1961 sulla rivista letteraria "Menabò" aveva sentito l'esigenza di delineare un quadro programmatico di una letteratura che fosse adeguata all'industria; i risultati sul piano letterario non sono mancati come anche quelli che hanno riguardato saggi e studi sulla materia. Per quanto riguarda l'ambito letterario meritano senz'altro una menzione Ottiero Ottieri che scrisse "Tempi stretti" e "Donnarumma" e Goffredo Parise con "Il padrone", entrambi gli autori possono essere considerati come i rappresentanti di una letteratura che ha affrontato sul piano letterario la tematica industriale partendo da un solido retroterra culturale in cui si era da tempo formata una coscienza nei confronti della realtà moderna della fabbrica.
Sul versante della saggistica "Scritti e discorsi di cultura industriale" di Libero Bigiaretti si può inscrivere in quel filone di scritti critici che hanno affrontato la tematica industriale nel quadro di un forte impegno politico inteso nel senso più nobile della parola, ma Bigiaretti ha sicuramente il merito di avere apportato una novità rispetto ai saggi "militanti": quello della valorizzazione di un certo modo di fare industria intesa come "struttura aperta" alla comunità e al territorio.
Libero Bigiaretti dopo l'esperienza lavorativa nella Olivetti di Ivrea con Adriano Olivetti affrontò delle tematiche dando una chiave di lettura che è stata precorritrice dei tempi rispetto proponendosi come avanguardia di quella coscienza critica propositiva di cui -a mio parere- sentiamo urgente bisogno soprattutto oggi.
Io penso che l'industria non sia un moloch da combattere, ma questa idea non la avevano neanche i protomarxisti, credo che ogni forma di luddismo vada contro i tempi e non sia in sintonia con gli inevitabili cambiamenti che il progresso tecnologico impone, purtroppo oggi si parla troppo a sproposito di impresa, mancano figure come quelle di Adriano Olivetti e di Libero Bigiaretti.
Sul piano del linguaggio delle immagini (il tema affrontato nel libro) si nota immediatamente l'inconsistenza di certe proposte quando si parla di "riforma del mercato del lavoro". Oggi si avverte un vero e proprio vuoto di rappresentanza non solo sindacale ma anche culturale, manca uno stile di serietà e credibilità perché lo stesso linguaggio delle immagini è basato esclusivamente sull'effimero e non riesce a trasmettere quella solidità che una struttura d'impresa dovrebbe avere per competere sul mercato.
La verità è che molti imprenditori hanno smesso di produrre beni e si sono concentrati nella finanza, questa distorsione del modo di fare impresa ha distrutto il lavoro e depauperizzato il paese che manca di una politica industriale seria e che sappia vedere lontano.
Anche questi aspetti rientrano nel modo di fare comunicazione e trasmettere informazioni tramite il linguaggio delle immagini: un caso emblematico è quello di Sergio Marchionne che probabilmente in futuro sarà ricordato come l'uomo che indossava un maglione blu e che ha voluto togliere i 10 minuti di pausa ai lavoratori, più efficace invece, pur nella estremizzazione caricaturale, è il Marchionne di Crozza che con il suo "Non mi dovete dire grazie" è riuscito a sintetizzare un modo di comunicare che riesce a tramettere solo arroganza e chiusura, siamo lontani anni luce da una personalità potente come quella di Adriano Olivetti.
Libero Bigiaretti nel trattare il linguaggio delle immagini si dimostra modernissimo perché la sua riflessione non è teoria ma nasce da quell'esperimento di fare impresa e di organizzare l'industria che fu in parte attuata da quello straordinario intellettuale che fu Adriano Olivetti, caso più unico che raro nel panorama industriale italiano.
Lo stile di scrittura del libro è agile, la brevità del libro (solo 152 pagine) non scade nella superficialità, al contrario la scelta di trattare diverse questioni e in particolare quello del linguaggio delle immagini, stimola la riflessione sul modo di comunicare le informazioni, un modo che è profondamente cambiato negli anni segnando un'involuzione del linguaggio che è anche segno di quella crisi di valori morali che investe il mondo dell'impresa.
E' vero, ogni epoca ha le sue specificità la reclame degli anni Venti del secolo XX usa un linguaggio che è profondamente diverso rispetto a quello utilizzato negli spot pubblicitari odierni, ma è cambiato anche profondamente il modo di concepire l'impresa e si comunicare così come è mutato il modo di narrare i prodotti.
In molte aziende si è sentita la necessità di introdurre la figura del "Responsabile delle relazioni esterne" la cui funzione è quella di tenere i rapporti con la stampa, con gli organi di informazione e con quelli istituzionali (enti, sindacati ecc), ma il progresso tecnologico ha ancora una volta sconvolto il linguaggio delle immagini che oggi passa attraverso i social network e i siti di opinione dei consumatori.
Non basta più l'immagine serve la concretezza, il consumatore è più smaliziato, più informato, il tam tam che passa attraverso la rete è in grado di vanificare una campagna pubblicitaria, oggi in definitiva contano i fatti perché è andata affermandosi una coscienza critica che bada al sodo e va oltre la scorza delle immagini e dell'effimero.
E' bene che le aziende e il mondo dell'industria ne tenga conto, per vendere i propri prodotti bisogna domandarsi anche quali siano i fini aziendali, Libero Bigiaretti da buon profeta lo aveva capito, abbiamo bisogno di fatti.