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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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Cose di Cosa Nostra - L'eredità del giudice Falcone. La nota introduttiva

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Album di Caiomario

 

Nel 1991 viene pubblicato un libro intitolato "GIOVANNI FALCONE in collaborazione con Marcelle Padovani COSE DI COSA NOSTRA" che contiene 20 interviste che il giornalista Marcelle Padovani fece al giudice Falcone in occasione di diversi incontri.

Il libro è stato poi pubblicato dal "Corriere della Sera" nel 1995 nella collana "LA BIBLIOTECA DEL CORRIERE DELLA SERA", in questa serie di articoli parleremo del contenuto del libro facendo alcune riflessioni che inevitabilmente ci portano ad un argomento di attualità "la trattativa Stato-Mafia". Nel libro, per evidenti ragioni storiche, non poteva esserci alcun riferimento alla trattativa che si sarebbe verificata tra uomini di Cosa Nostra e rappresentanti delle istituzioni, ma si parla del "potere" e del sistema mafioso e dato che Falcone (come Paolo Borsellino) aveva compreso che gli intrecci mafia e politica erano la linfa che permetteva alla prima di prosperare, il libro mantiene  ancora oggi intatta la sua attualità.

Nel "Prologo alla prima edizione 1991" Marcelle Padovani spiega in che cosa consisteva il cosiddetto "metodo Falcone" e riflette sulla definizione che venne data a Falcone circa il suo impegno nel combattere la mafia: "Nemico numero 1 della mafia".

Marcelle Padovani ricorda una frase che Falcone una volta pronunciò a proposito di questa definizione che non amava e di cui precepiva i possibili pericoli: "Non sono Robin Hood nè un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicmente un servitore dello Stato in terra infidelium".

Falcone era conscio del fatto che un magistrato che avesse deciso di combattere in solitario la mafia, sarebbe stato esposto al pericolo di essere eliminato insieme a ciò che conosceva e che se tale eventualità si fosse verificata, avrebbe resa vana ogni lotta. Il cosiddetto "metodo Falcone" partiva  quindi da un semplice ed efficace principio: "condividere le informazioni". Solo un lavoro di gruppo avrebbe consentito di raccogliere la staffetta  delle indagini nel caso in cui qualcuno dei magistrati fosse stato ucciso dalla Mafia.

Ma Falcone era anche consapevole del fatto che non esiste un metodo di indagine valido per sempre "perché -aveva acutamente osservato- le informazioni invecchiano e i metodi di lotta devono essere continuamente aggiornati".

In tempi di polemiche è bene ricordarlo ed è bene rammentare quanto osservava Marcelle Padovani nel prologo al libro: "Quanti sono coloro che oggi si rendono conto del pericolo che essa (la Mafia) rappresenta per la democrazia?".

 

Era il 1991  quando Padovani si faceva questa domanda, ma l'oggi merita una sospensione temporale perché quella riflessione/domanda la dovremo fare tutti, sempre. A partire dai rappresentati politici che non aiutano a comprendere cosa accadde in quella tragica giornata del 23 maggio  1992 a Capaci quando sparì la borsa di Falcone. 

-Continua-

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