Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Marcelle Padovani nella nota introduttiva del suo libro intervista ricorda quale fosse l'atteggiamento di Giovanni Falcone nei confronti della morte e osserva che i giornalisti di passaggio a Palermo avevano sempre cercato di sapere come viveva il giudice e se quella situazione di incombente pericolo gli procurasse angoscia.
Non c'è dubbio che Falcone fosse consapevole di essere un bersaglio della mafia che lo voleva morto ritenendo che solo la sua eliminazione fisica potesse togliere di mezzo un pericoloso avversario che, tra le altre cose, conosceva perfettamente il modo di ragionare dei mafiosi. Falcone comunque non si sottrasse mai alla domanda su quale sentimenti provasse dinanzi alla morte e a tal proposito disse:
"Il pensiero della morte mi accompagna ovunque. Ma, come dice Montaigne, diventa presto una seconda natura" (1)
Cosa intendeva dire per seconda natura Falcone? Fu lo stesso giudice palermitano ad esplicitarlo spiegando che pur adottando tutte le precauzioni per evitare di essere colpito, si finisce coll'acquistare "anche una buona dose di fatalismo; e concluse con questa riflessione: "in fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, una overdoese, il cancro e anche per nessuna ragione particolare"(2).
Falcone aveva nei confronti della morte un atteggiamento che potremo definire stoico, la consapevolezza di essere nel mirino dei mafiosi si accompagnava anche alla certezza che nessuno può sfuggire al suo destino, il suo "in fondo si muore per tanti motivi", da una parte dimostra un lucido fatalismo ma dall'altra parte sembra volere dire "dato che questo è il nostro destino è meglio morire per una causa giusta"; Falcone non pronunciò mai questa frase, ma è inevitabile pensare che il suo senso della giustizia e dello Stato fosse stato così forte che il problema della sua morte era secondario rispetto alla missione che doveva condurre, una missione che -osserva Padovani- era una vocazione per i processi contro la mafia.
Padovani osserva: "L'ironia sulla morte fa parte del retaggio culturale siciliano. Leonardo Sciascia ne era maestro." (3) e riporta l'episodio, raccontato dallo stesso Falcone, di quando un giorno il suo collega Paolo Borsellino andandolo a trovare a casa, lo invitò a dargli la combinazione della cassaforte, Falcone gli chiese il perché e Borsellino gli rispose: "Sennò quando ti ammazzano come l'apriamo?" (4).
Avremo preferito Giovanni Falcone vivo e soprattutto non vorremmo parlare di lui come di un eroe morto, perchè tale non si sentiva e non voleva esserlo; resta un interrogativo: chi avvertì il gruppo di mafiosi pronti a compiere la strage che il giudice Falcone e sua moglie Francesca Morvillo erano appena arrivati da Roma all'aeroporto di Punta Raisi quel giorno maledetto del 23 maggio 1992?
Le "menti raffinatissime" lo sanno e sanno anche come spargere confusione e fango in modo che mai si possa arrivare alla verità. E questo non fa bene alla democrazia.
_______________________________-