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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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De officiis - Cicerone

Per Cicerone l'oratore deve avere una solida cultura: e la base essenziale di questa è la filosofia, regina e madre del sapere. 
Cicerone è fermamente convinto che senza l'aiuto della filosofia non si possa formare il vero oratore : 

"sine philosophia non posse effici quem quaerimus eloquentem" (Orator 4,14) 

"senza filosofia non può essere formato quello che chiamiamo oratore" 

Lo studio della filosofia che viene anche definita la "madre di ogni bella parola", per Cicerone, deve essere in funzione della perfetta ed ideale eloquenza. 

Cicerone si dedicò agli studi filosofici nel triennio che va dal 46 al 44 a.C., con la caduta di Pompeo e il conseguente trionfo di Cesare, Cicerone, si era distaccato dalla vita politica, oltre a ciò la morte della figlia Tullia causò in lui un così forte disagio che si rifugiò nel porto confortevole della filosofia che arrivò a definire come "vitae philosophia dux" guida della vita, dunque per Cicerone la filosofia non era solo cultura ed ornamento ma anche azione. 

Il merito di Cicerone fu quello soprattutto di aver reso disponibile ed accessibile il pensiero filosofico greco e grazie ai suoi scritti abbiamo potuto conoscerlo ed apprezzarlo. 

Tra le opere filosofiche di Cicerone sono da menzionare i tre libri del 

DE OFFICIIS 

un'opera interessantissima che in linea generale offre ancora degli spunti validi a distanza di più di duemila anni. 

In questi tre libri "Sui diveri" Cicerone illustra i doveri che l'uomo ha verso se stesso e la società; si espone in particolare la relazione dell'utile con l'onesto e si conclude che è UTILE SOLO CIO' CHE E' ONESTO. 

Per molti quest'opera è considerata come il testamento di Cicerone e il suo influsso è stato tale nei secoli che il pensiero filosofico di Immanuel Kant risentì molto di quest'opera. 

Effettivamente molti degli ammonimenti presenti sembrano essere senza tempo e la loro validità si estende non solo ai singoli individui ma anche a tutti i popoli. 

Cicerone a questo proposito dice: 

"Ergo unum debet esse ominibus propositum, ut eadem sit utilitas uniuscuisque et universorum; quam si ad se quisque rapiet, dissolvetur omnis humana consortio" 

"Dunque uno solo dev'essere il proposito di tutti, che il vantaggio del singolo si identifichi con quello di tutti; se il vantaggio comune uno se lo prende per sè soltanto, allora avverrà la rovina dell'umana società" 


Un pensiero che molti oggi dovrebbero tenere presente: è lecito rafforzarsi ma questo non deve avvenire a danno degli altri, l'uomo è un essere sociale che deve mettere a vantaggio di tutti le proprie doti e anche i suoi beni. 

Tuttavia anche delle ombre sono presenti nell'opera di Cicerone al punto che Carlo Emilio Gadda gli rivolse delle critiche sarcastiche facendo riferimento ad un passo del De officiis in cui Cicerone, partigiano di Pompeo, si scagliò, dopo la morte di Cesare, contro i provvedimenti di giustizia sociale ( le cosiddette leggi agrarie) che avrebbero intaccato i privilegi delle classi possidenti. 

Un'altra accusa che Cicerone rimproverava a Cesare era di aver sospeso i debiti per quanto riguardava gli affitti delle case popolari e Cicerone era proprietario di numerose case popolari da cui riscuoteva notevoli somme che provenivano dagli affitti, in definitiva l'accusa che rivolgeva a Cesare nel De officiis era di aver violato il diritto di proprietà, un diritto che riteneva sacro ed intoccabile. 

Cicerone si riferiva ad un decreto di Cesare del 47 a.C. che sospendeva per un anno il pagamento del canone d'affitto per coloro i quali non superavano i duemila sesterzi all'anno e il ragionamento fatto nel De officiis è ineccepibile, si chiede il perchè costoro debbano alloggiare gratis in una casa altrui, casa che ha comprato, costruito e per la quale ha provveduto alla manutenzione facendo delle spese. 

E' pur vero che gli appunti di Cicerone a Cesare non furono del tutto privi di fondamento, in quanto allora (come oggi), numerosi speculatori e affaristi traevano vantaggio dalla situazione e Cicerone che era fine politico ben aveva capito la situazione che si era venuta a creare. 

Un'opera quindi che non è esente da contraddizioni e che non può essere considerata un modello di coerenza ma che è da ammirare per il suo stile e la passione al punto che possiamo considerarla come il vero e unico testamento di Marco Tullio Cicerone.

De officiis ossia I doveri che l'uomo ha verso se stesso e verso la societàDe-officiis.jpg

 

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