Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Se si potesse fare un'immaginaria classifica dei libri più complessi del Novecento questo è senza dubbio "Finzioni" di Jorge Luis Borge, un libro che è molto difficile ridurre nel breve spazio di una recensione non foss'altro per i passi a volte oscuri che nascono dal gusto della metafora del grande scrittore argentino.
Il libro contiene un racconto scritto da Borge nel 1941 e pubblicato in Italia per le edizioni Einaudi nel 1955; Borges immagina di riprodurre il manoscritto di un anonimo, non narra una vera e propria storia ma descrive una Biblioteca che corrisponde in realtà all' universo.Il tema trattato è quello del caos e del tentativo dell'uomo di dare un ordine, un significato alla molteplicità di cose che si sovrappongono senza una apparente connessione logica.
Il mondo è quindi come una Biblioteca e questo paragone ha un alto valore simbolico come tutto il racconto che procede per allegorie: l'uomo si trova dinanzi a questo insieme di segni apparentemente ordinati che sono in realtà incomprensibili.
Ma oltre ad essere indecifrabile il mondo si manifesta come una realtà illusoria e Borges parla della presenza nella Biblioteca di uno "specchio che fedelmente duplica le apparenze", è questo un ulteriore elemento di inquietudine in quanto il mondo stesso appare come una duplicazione di una realtà vastissima ma non certo infinita.
E' un concetto questo non nuovo nella storia della letteratura e che ritroviamo, per sempio in Kafka che utilizzava nei suoi romanzi particolari surreali e inquietanti: la realtà è sempre tutta quanta presente dinanzi agli occhi dell'uomo che, tuttavia, non la riesce a comprenderla sino in fondo.
Tanto questo è vero che nel tentativo di cercare un senso l'uomo è alla ricerca di quello che Borges chiama "il catalogo dei cataloghi", un libro che racchiuderebbe il significato di tutti gli altri libri, ma lo stesso Borges nella duplice veste di autore e narratore non sembra nemmeno certo della sua esistenza.
Così ogni uomo intraprende un lungo viaggio, fatto di ostacoli e di difficoltà che lo porterà a conoscere solo una parte minima della biblioteca: in questo senso Borges rifiuta sia l'atteggiamento degli idealisti secondo cui le cose sono manifestazioni di principi eterni sia la posizione dei mistici che pretendono di avere nell'estasi una risposta a ciò che è inconcepibile e assurdo.
Non esiste quindi una spiegazione comprensibile alla mente dell'uomo e lo stesso tentativo di dare un ordine all'universo attraverso delle leggi fisiche non è che il tentativo maldestro di coprire questa sua incapacità a comprendere.
Il linguaggio dell'universo appare criptico, le leggi vere sembrano delle crittografie: l'origine dell'universo come quella del tempo rimane un mistero insondabile a cui il linguaggio dei filosofi non ha saputo dare esaurienti risposte ma ha solo contribuito ad aumentare la confusione ponendo nuovi interrogativi.
L'uomo che abita questo mondo è un imperfetto bibliotecario che cerca inutilmente di dare ordine a ciò che vede e da qui anche la nascita delle religioni che Borges definisce come il culto dell'Uomo del libro.
E' un libro che lascia l'amaro in bocca perchè rivela sotto forma di una splendida allegoria, quella della Biblioteca, l'eterna e vana ricerca dell'uomo che dinanzi agli eterni interrogativi, nonostante il progresso tecnologico, finisce coll'assomigliare ad un eterno viaggiatore senza meta che continua a tentare una scommessa che non sarà mai vinta.
Un capolavoro che consigliamo a chi desidera leggere un bel libro che sarà spesso sfogliato, consultato e riletto...senza tempo!