Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
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Se dovessimo individuare la costante presente in tutti i racconti di Dino Buzzati (sia nelle narrazioni in genere brevi che in quelle più ampie del romanzo), noteremo che il tempo è spesso il protagonista assoluto.
Nella sua opera più nota il "Deserto dei Tartari", il fattore tempo diventa così angosciante che il lettore ogni volta che si trova nella situazione di attesa (di qualsiasi attesa, più o meno lunga) non può fare a meno di pensare alla situazione surreale e a tratti magica in cui si trovò il tenente Giovanni Drogo.
Il tempo per ognuno di noi scorre velocemente e quando abbiamo trascorso una parte importante della nostra vita senza avere raggiunto i risultati che ci eravamo prefissi, è inevitabile che girandoci indietro tutto appare squallido e monotono.
Se poi al fattore tempo aggiungiamo il pensiero della morte ritorna in noi insistente quel senso di inutilità che tutti hanno provato almeno una volta nella propria vita.
Ecco perché "Il reggimento parte all'alba" tende a sconvolgere quel desiderio di tranquillità e di rilassatezza che più o meno consapevolmente accompagna chiunque si avvicini alla lettura.
Personalmente credo che questa serie di racconti di Buzzati debba essere letta con un'avvertenza in quanto ogni singola narrazione presenta delle controindicazioni prime fra tutte il senso di angoscia e di terrore che si prova procedendo nella lettura.
Il tema della morte, infatti, viene affrontato con l'espediente della invenzione narrativa e può essere considerato per affinità la continuazione ideale del "Deserto dei Tartari", almeno per quanto riguarda la tematica di fondo affrontata: la morte, un appuntamento ineluttabile a cui tutti, prima o poi, siamo destinati.
Chi ha visto un film straordinario come "Vi presento Joe Black" in cui i due protagonisti (Brad Pitt e Anthony Hopkins) "giocano" sulla'ineluttabilità di un destino a cui non si può sfuggire e dove la "Morte" assume sembianze umane per portare il suo annunzio funesto, non può che provare alla fine della visione della pellicola un senso di inquietudine e di incertezza che tuttavia non vanno a detrimento della piacevolezza della visione stessa.
E' esattamente lo stesso sentimento che si prova dopo aver letto "Il reggimento parte all'alba", il reggimento è la carovana dei "morituri" che parte per l'ignoto.
Il narratore "ne sa meno" dei personaggi si limita a descrivere quella che è la fine e lo fa ricorrendo a personaggi che sono la personificazione del morituro o del morto che appare ai vivi e ogni riga ingenera una sorta di disperazione che non ammette riscatto.
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Ci viene in mente il celebre passo dell'Iliade in cui si racconta l'incontro tra Achille e Priamo, così recita:
"O Patroclo, non indignarti con me, se saprai,
pur essendo nell'Ade, che ho reso Ettore luminoso
al padre, non indegno riscatto m'ha offerto
e anche di questo io ti farò la parte che devo".
Buzzati riesce a presentare il tema della morte trasmettendo quell'aura di presentimento fatale che solo gli autori greci erano in grado di comunicare poeticamente; leggendo i libro sono arrivato alla conclusione che Buzzati sia riuscito a raccontare in modo unico la sfera dell'inconscio (la paura della morte) fermandosi al piano della coscienza del lettore che in, tal modo, viene stimolato dalle sue impressioni e da tutti quei pensieri nascosti che creano conflitto e che hanno poco di poetico come la morte.
Il libro è brevissimo (solo 112 pagine) e lo consiglio a tutti i "buzzattiani", suggerisco, inoltre, la lettura de "I sette messaggeri", altro libro magnifico ad alta tensione che, dopo la lettura, fa rimuginare e.....terrorizza.
Con il senso dell'ignoto e del mistero siamo costretti a fare i conti, giorno dopo giorno.