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Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie

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L'autunno del patriarca - Gabriel Garcia Marquez

"L'autunno del patriarca" che ha visto la sua pubblicazione nel 1975 a Barcellona è la storia di un'immaginario dittatore che rappresenta la metafora triste e nel contempo spaventosa di un dittatore.
L'immaginazione della figura, tuttavia non deve fare pensare che la figura concepita da Marquez sia solo il frutto della fantasia letteraria in quanto, pur non essendo presente alcun riferimento di carattere storico, è difficile pensare che sia una figura astratta e irreale in quanto siamo storicamente nel periodo più nero delle dittature sudamericane che quanto a ferocia e crudeltà non sono state seconde a nessuno.

Il romanzo ha inizio con la morte del dittatore Alvarado che ha governato con il pungo di ferro un imprecisato paese dei Caraibi.
E di Alvarado si narra la sua vita, le vicende che lo hanno portato a conquistare il potere, il rapporto con la madre, le congiure che ha dovuto subire e gli attentati a cui è scampato e soprattutto la solitudine in cui si trova a doversi rifugiare.

La solitudine di Alvarado è la solitudine del potere che vive l'accerchiamento dei possibili e probabili nemici e che guardingo si mette in posizione difesa al punto da rompere con qualsiasi relazione autentica che non sia quella immediata che tuttavia viene bruciata per fare spazio ad un'altra relazione fugace sempre transitoria, sempre veloce quasi volutamente superficiale.

Il punto finale, quello a cui verso cui tutto tende è la morte, una morte che appare liberatoria e che chiudendo il cerchio riporta la storia al punto di partenza, una sorta di eterno ritorno che si ripeterà infinite volte con altre figure e in altre situazioni che richiameranno, comunque, la solitudine di Alvarado.

Una figura quella di Alvarado che se da una parte provoca una reazione di disprezzo nello stesso tempo appare come una figura mitica, da padre padrone, quasi una figura da patriarca biblico che invece di essere guidato da Dio, è guidato esclusivamente dal suo intuito di sopravvivenza: Alvarado ha avuto cinquemila figli, è astuto, accorto e malizioso e nel contempo rozzo e analfabeta, più invecchia, più perde il contatto con la realtà circostante fino al punto di autorecludersi nel suo palazzo invaso da una selva rigogliosa e da animali che girano indisturbati.

Marquez riesce a dare il meglio di sè come narratore: il suo stile è avvolgente e scorre fluido nonostante il periodare sia lungo ma ciò non impedisce al lettore di seguire lo svolgersi  del romanzo, proprio l'uso di periodi lunghi è il riprodurre lo schema della narrazione parlata e del monologo che non ammettono pause ma schiacciano l'ascoltatore ad un'attenzione che a volte può apparire anche forzata.
Per alcuni detrattori questa sarebbe la colpa di Marquez ma è una scelta voluta, qualsiasi voce narrante si esprime in maniera diversa rispetto al racconto scritto: Marquez non voleva fare un racconto riflessivo ma una narrazione d'istinto, il ritmo è veloce non il parlare della voce narrante.

L'accusa quindi che si fa a Marquez è una contraddizione che dimostra di non conoscere le regole-non regole del parlato rispetto allo scritto che spesso appare come una pura esercitazione scolastica, Marquez non è stato uno scrittore di maniera...neanche di se stesso.

Il mondo illustrato da Marquez è un mondo di soprusi e di violenze dove ritroviamo i grandi temi cari a Marquez: i legami di sangue, il rapporto tra potere e solitudine, il tempo con i suoi flashback, la famigli, i figli, la stirpe;
tutti temi che spesso hanno costituito le linee di sviluppo della narrativa di ricerca delle proprie origini dove la narrazione rappresenta il migliore strumento per ricercare se stessi.

Un bel romanzo del miglior Gabriel Garcia Marquez.

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