Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
RACCONTI DI BASTONATI
Se Jack Kerouac fosse ancora in vita avrebbe esattamente novant'anni, un traguardo non impossibile da raggiungere e c'è da scommettere che molto probabilmente avrebbe detto la sua sui "beat" (bastonati) contemporanei; leggendo le sue opere si trova la narrativa istintiva di chi non pensa troppo quello che sta per fissare con l'inchiostro.
Kerouac dà sempre il meglio di sé quando racconta i piccoli universi autobiografici trasmessi al lettore con la leggerezza tipica degli spiriti non mediati, se "On the Road" è il suo capolavoro e "Big Sur" è l'ultima perla che ci ha regalato, vi sono anche una serie di opere minori sicuramente apprezzabili, opere in cui si manifesta in tutta la sua potenza l'aspetto lirico, spontaneo e musicale del suo stile letterario. Merita senz'altro una menzione "L'ultimo hotel e altre poesie" che non nasce come opera a sé stante ma è una raccolta preziosa di "scritti" che rivelano lo stile inconfondibile di uno scrittore autentico la cui irrequietezza ha affascinato intere generazioni dio giovani e meno giovani di tutto il mondo.
Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/69031678@N00/7403759012 (Album di ToGa Wanderings)
IL LIBRO
Trovo Kerouac un grande terapeuta, "L'ultimo hotel e altre poesie" non è un libro equivoco e non nasconde trappole, il lettore non troverà quello spirito intrinsecamente ambiguo che anima molti libri della narrativa contemporanea che, con l'ambizione di voler fare analisi sociologiche, contribuiscono a creare incertezza nelle nuove generazioni. Kerouac non ama il calcolo, è istintivo, non indica strade per trovare "la crescita", non è ossessionato da brutte parole come "sviluppo" e non sa e non vuole indicare proposte concrete per risanare la società.
Come Bukowski, Jack Kerouac era un solitario, un vagabondo nella vita e della letteratura, non incline a frequentare luoghi in cui i letterati di professione costruiscono i loro romanzi con l'obiettivo di farli diventare dei best seller, ma sapeva raccontare i beat, la vita e la disperazione anche se non volle mai essere ascritto al "genere" dei disperati e dei reietti.
Poco meno di 300 pagine del libro si possono leggere tutte d'un fiato, ma non basta questo approccio da racconto unitario per assimilarne lo spirito, una descrizione puntuale di ogni verso, di ogni pagina toglie emozione perché ogni lettore può trovare ciò che più è toccante per lui recuperando l'aspetto musicale che troviamo nelle ballate di Dylan o (se vogliamo per i lettori italiani) nei versi delle canzoni del primo Guccini, ma l'artista italiano che più è vicino al Kerouac poeta è senza dubbio Piero Ciampi. Se prendiamo infatti molte delle poesie presenti nel libro potremo tranquillamente scambiarle per il testo di una canzone di Ciampi che come Kerouac raccontava quel che viveva.
Per essere grandi scrittori e colpire gli animi bisogna essere limpidi e taglienti ma quando la scrittura diventa lo strumento per raccontare la vita vera si trasforma in qualcosa di potente che fa salire la temperatura.
Fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/47477979@N00/1362799759 (Album di Stephen Cummings)
POESIE, RITRATTI E BOZZETTI
Il clima di quegli anni di anticonformismo ce lo portiamo ancora dietro, non c'è nessun autore che ha più influenzato quelli successivi di quanto possa avere fatto Jack Kerouac, ho terminato recentemente la lettura di un libretto di Charles Bukowski intitolato "Compagno di sbronze" è davvero sorprendente vedere le analogie tra i due sia per i temi trattati che per i soggetti che fanno da sfondo a questi scenari in cui il vagabondaggio diventa uno stile di vita e una filosofia dell'esistenza.
Se Kerouac in "L'ultimo hotel e altre poesie" usa più volte termini come "vagabondaggio", "vino", bassifondi etc, Bukowski invece accomuna spesso il vino ai poeti; Kerouac non ama il linguaggio triviale a cui Bukowski ricorre quasi in ogni pagina, ma entrambi sono schierati apertamente contro il "Sogno Americano" del successo a tutti i costi per recuperare un altro aspetto di quel sogno: il mito della nuova frontiera di cui il vagabondare, il girare in lungo e in largo è solo un aspetto. Bukowski è cinico e disperato, Kerouac è più disposto ad adattarsi alle circostanze per sopravvivere ma entrambi vivono alla giornata senza preoccuparsi del futuro.
Kerouac fu il sostenitore del nomadismo a vita, eppure in questo suo andare incontro al mondo determinato dalla scelta deliberata di scendere dalla torre eburnea della solitudine, non troverà quello che cercava da qui il rifugiarsi nei ritagli di vitalità che danno un senso alla vita compresa anche la sessualità (lo racconta lui stesso nelle poesie contenute nel libro).
Lettura consigliata fuori dai soliti circuiti.
L'autore ha pubblicato l'articolo anche altrove in forma modificata.