Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
La Critica del Giudizio (o della facoltà di Giudizio) di Immanuel Kant è uno di quei libri che quando se ne affronta lo studio impone un aut aut: o lo si dimentica perché la materia affrontata è ostica, oppure lo si ricorda perché i temi affrontati riguardano la sfera del giudizio ossia il nostro modo di affrontare i fenomeni del mondo. Tutti mettono in pratica quanto Kant descrive, ma lo fanno inconsapevolmente.
IL LIBRO
Facciamo riferimento all'edizione pubblicata da Laterza nella collana "Economica Laterza", l'edizione in nostro possesso reca il numero 134 sul dorso contrassegnato da 1 pallino per il primo volume e 2 pallini per il secondo volume. I due tomi sono stati tradotti da Alfredo Gargiulo. La prima edizione è stata pubblicata nei "Classici della filosofia moderna" nel 1906, la quarta edizione riveduta da Valerio Verra nel 1967.
La traduzione a cui faccio riferimento è quella letterale effettuata da Gargiulo.
L'edizione attuale segue l'impianto dell'edizione del 1970 (prima edizione); alla fine del libro si trova un Glossario e un indice dei nomi elaborato da Valerio Verra.
Le prime tre edizioni della "Critica del Giudizio" vennero pubblicate quando Kant era ancora in vita, la prima edizione -riportano gli storici della filosofia- era "zeppa" di errori di stampa e di forma (anche i filosofi sbagliano), sarà lo stesso Kant a fare la stesura definitiva, quella che oggi è consultata nella versione attuale.
La prima edizione del libro è stata pubblicata nel 1790 a Berlino e Libau, la seconda nel 1793 e la terza nel 1799.
L'edizione pubblicata da Einaudi privilegia il titolo "Critica della facoltà di giudizio", detto titolo riprende la denominazione originale. L'opera pubblicata da Einaudi rispetto a quella di Laterza presenta una differente traduzione più aderente ad un linguaggio moderno per quanto quella effettuata da Alfredo Gargiulo si caratterizzi per rigore e sia stata rivista nel 1960 da Valerio Verra.
UN TEMA AFFASCINANTE: L'UMANA CONOSCENZA E IL GIUDIZIO
Lo spazio di questo articolo ci impone la sintesi, ma è interessante conoscere cosa significa giudicare qualche cosa dal punto di vista del linguaggio comune, visto che ognuno di noi si trova a giudicare e valutare qualcosa o qualcuno:
La distinzione fatta non è stata effettuata da Kant, ma serve per comprendere che differenza c'è tra il linguaggio comune e il linguaggio di Kant che usa il termine giudizio in modo completamente
diverso rispetto all'accezione comune.
Nella "Critica della ragion pura" Kant presenta tre tipi di giudizi: i giudizi analitici, i giudizi sintetici e i giudizi sintetici a priori.
I GIUDIZI NELL'ESTETICA: IL SENTIMENTO
Questa è l'anima del libro: Kant si chiede come il nostro spirito operi la sintesi tra il mondo sensibile, quello delle scienze naturali e il mondo soprasensibile, quello della coscienza morale (vedi sotto sull'importanza della lettura delle precedenti opere dove vengono trattati i due mondi).
In parole semplici: quando noi vediamo un evento naturale cerchiamo di dare una spiegazione all'evento e cerchiamo di unificare ciò che accade con una rappresentazione in cui vi è una finalità (naturale, divina, ecc); il terremoto c'è perché la terra si sposta ma qual'è la sua finalità in rapporto alla nostra morale?
Kant dice che esiste una terza forma di attività, il Sentimento, che non ha la pretesa di conoscere come fa la ragion pura (quella scientifica) e neanche di stabilire delle leggi (il termine usato è normatizzare) ma di intuire e di percepire in modo disinteressato. Si tratta di un giudizio riflettente.
Esempio: davanti ad una cascata posso spiegare le leggi che la determinano, ma anche provare stupore ossia un sentimento; nel primo caso abbiamo un giudizio che rientra nella ragion pura, nel secondo invece prevale la valutazione spontanea, immediata, non mediata dalla conoscenza.
Come è bello quel quadro!! Ecco un esempio di giudizio riflettente estetico, prevale il sentimento mentre si contempla qualcosa. Il bello è quindi ciò che piace senza interesse, non ha un fine se non quello del piacere.
Cos'è il sublime? Tutto ciò che è grande, è una qualità che stupisce come qualsiasi evento naturale: una cascata ma anche lo scorrere del tempo; il sublime travolge e l'arte è l'attività che produce il bello.
FILOSOFANDO
Chi ha seguito i corsi del vecchio ordinamento del corso universitario di Filosofia sa benissimo che sono in numero modesto gli studenti che hanno affrontato la lettura di questo libro nella sua versione integrale; in altre facoltà non era e non è proposto per evidenti ragioni; leggere quindi "La Critica del giudizio" senza una preparazione filosofica è un'impresa ardua se non impossibile, perché il libro non si legge, ma si studia; è evidente la differenza che passa tra leggere un sunto e averne compreso l'anima (Giudizio analitico ma non nel senso indicato da Immanuel Kant).
Lo studio del libro è comunque consigliato a chi si interessa di estetica* (nel senso di arte)
ed è disposto a studiare prima la "Critica della ragion pura" e la "Critica della ragion pratica".
Crediamo che 832 pagine non possano essere ridotte in 200 parole (affermazione che non rientra in alcun giudizio espresso da Kant , ci asteniamo pertanto da ulteriori commenti).
ALCUNE DEFINIZIONI TRATTE DALL'OPERA
* Il piacere che determina il giudizio di gusto è scevro di ogni interesse.
* Il bello è ciò che è rappresentato, senza concetti, come l'oggetto di un piacere universale.
* E' bello ciò che piace universalmente senza concetto.
* Il giudizio di gusto è del tutto indipendente dal concetto della perfezione.
* Il piacere del piacevole è legato ad un interesse.
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