Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Leggere Alain De Benoist è un'occasione per riflettere sulla contemporaneità raffrontandosi con il passato.
Questa saggio intitolato "Ripensare la guerra" scritto in tempi di conflitti e di guerre permanenti, è, prima di tutto, una fenomenologia della guerra e su che cosa è diventata ma soprattutto come a partire dalla prima guerra mondiale gli eserciti come èlites abbiano lasciato il passo agli eserciti di massa dove militari non di professione sono stati "lanciati" nel più sanguinoso dei conflitti di tutta la storia dell'umanità.
La seconda guerra mondiale è stata definita, non a torto, una continuazione della Prima e parlare di un unico conflitto mondiale non è un'ipotesi azzardata in considerazione che tutti i nodi irrisolti, primo fra tutti l'umiliazione della Germania, ritornarono in tutta la loro virulenza venticinque anni dopo ed è probabile che le inique decisioni, prese all'indomani della fine della Grande Guerra, avrebbero portato, nonostante Hitler, a rivendicare quanto perduto e a ridiscutere le condizioni di resa.
Ma al di là delle conseguenze che ci sono state sul piano politico, c'è un dato che emerge fra tutti ed è il fatto che la prima guerra mondiale fu il primo conflitto " tecnologico ", l'utilizzo dei gas tossici, dei carri armati, delle mitragliatrici cambiarono completamente il volto della guerra anche e soprattutto per il numero di vittime coinvolte.
I numeri ufficiali sono impressionanti, de Benoist ricorda le note di un cronista dell'epoca il quale osservava che se si fossero messe una dietro le altre le bare dei dieci milioni di morti si avrebbe avuto un corteo funebre lungo 20.000 Km.
Ancora più accentuato nella seconda guerra mondiale fu il coinvolgimento di vittime civili, solo i morti di Dresda, Hiroshima e Nagasaki supererebbero le 750.000 unità, un numero impressionante considerando il fatto che in passato le città venivano messe a ferro e fuoco e saccheggiate ma mai si arrivava allo sterminio totale dei loro abitanti.
Un altro dato che fa riflettere è quello che riguarda le dimensioni degli eserciti di massa moderni rispetto, per esempio, a quello che fu uno dei più formidabili eserciti di tutti i tempi, quello di Roma che anche nei momenti di massima espansione non superava le seicentomila unità.
Perchè queste differenze così evidenti nei numeri? Prima di tutto perchè è cambiato a partire da Napoleone il modo di reclutare i soldati e poi perchè l'introduzione della tecnologia ha creato armi devastanti che coinvolgono strati sempre più vasti della popolazione.
LA GUERRA CHE HA L'OBIETTIVO DELLA PACE E QUELLA CHE SI PREFIGGE L'UMILIAZIONE DELL'AVVERSARIO
Alain de Benoist ben evidenzia la differenza tra l'ideale cavalleresco e quello moderno per quanto concerne la guerra, è utile citare testualmente quanto scrive il Nostro:
"...scopo della guerra non è tanto la distruzione, quanto il conseguimento di un vantaggio decisivo: i belligeranti non cercano di eliminare ma di fargli riconoscere la sua inferiorità. Una volta terminate le ostilità, si accordano per concludere quella che al tempo viene chiamata "una bella capitolazione". Lo scopo della guerra è quindi la pace".
I Romani dicevano "Si vis pacem, para bellum" se vuoi la pace prepara la guerra e laddove conquistavano imponevano quella che era la cosiddetta "pax romana" che lasciava intatte tradizioni e abitudini a patto che si pagassero i tributi a Roma, oggi la guerra è il mezzo attraverso il quale con una bruttissima espressione ha come obiettivo quello di "esportare la democrazia" eliminando (anche fisicamente) la precedente classe dirigente e i vertici politici.
Era inconcepibile per gli antichi processare i vinti che venivano o eliminati o graziati ma mai umiliati al punto da processarli con tribunali sui quali molto ci sarebbe da dire circa la volontà di discernere tra crimini di guerra dei vinti e quelli dei vincitori.
Che differenza passa anche in termini numerici tra le vittime civili di Dresda ( dove non c'erano obiettivi militari), quelle di Hiroshima e Nagasaki e le stragi in Ruanda? Gli americani si sono sempre difesi che il bombardamento atomico era necessario per porre fie al conflitto e se questo sul piano dei risultati è ineccepibile, sta di fatto che solo la metodologia cambia: da una parte migliaia di vittime uccise a colpi di machete dall'altra parte centinaia di miglia di morti spazzati via dall'alto con armi di distruzione terribili e devastanti.
Non esiste una guerra buona che diventa tale quando è stata perpetrata da chi vince e una guerra cattiva condotta da chi è stato vinto, esiste la guerra moderna che colpisce vittime civili e che non coinvolge solo gli eserciti, non esistono bombe intelligenti ma solo bombe e i conflitti in Iraq ed in Afghanistan stanno lì a dimostrare che la metodologia di colpire le popolazioni civili per fiaccarne il morale e indurle alla ribellione contro questo o quel regime, è una pratica che va avanti da circa sett'anni e che venne inaugurata dagli Stati Uniti come strategia sistematica per distruggere moralmente ogni forma residua di resistenza.
Esistono quindi due modi di fare vittime civili: quello rozzo tipo pulizia etnica alla Milosevic e quello più sofistificato delle bombe intelligenti che quando coinvolgono vittime civili vengono giustificate come "effetti collaterali", entrambi i metodi sono comunque hanno un solo obiettivo, annientare l'avversario, demonizzarlo e distruggerlo fisicamente.
L'idea di combattere per una giusta causa, osserva de Benoist, dovrebbe essere concessa ad ogni Stato perchè lo sconfitto di domani potrebbe essere l'alleato di domani e non è l'utopica volontà di eliminazione dei conflitti ciò che può preparare la pace quanto un diverso approccio culturale nei confronti delle ragioni degli sconfitti.
Prendiamo per esempio il discorso che riguarda il diritto di veto dal possedere armi nucleari: è bizzarro che gli USA che si oppongono al fatto che uno Stato sovrano possegga ordigni nucleari, sono proprio quelli che hanno usato tali ordigni e quelli che ne posseggono in maggior numero.
Gli USA si sognerebbero mai di proporre sanzioni alla Cina che possiede ordigni nucleari da decenni e che nel contempo sostiene il debito pubblico americano detenendo una quantità impressionante di titoli di stato?
Molti analisti internazionali (?) parlano di realpolitik, di ragioni politiche etc..in realtà questo modo di condurre le relazioni internazionli, di concepire il diritto internazionale come una coperta da tirare da una parte o da un'altra a secondo delle circostanze è soprattutto la conseguenza di come è concepita la guerra, ancora una volta le parole di de Benoist spiegano efficacemente l'origine di questo atteggiamento culturale che affonda le sue radici in quella concezione della "religione della felicità" che si è diffusa a partire dal XVIII secolo:
"...l'universalismo individualistico liberale creerà, cristallizzandosi all'interno della vita politica, le condizioni di una trasformazione radicale della guerra, che da allora in poi si troverà ad essere condannata sul piano del principio e notevolmente aggravata sul piano della prassi".
Un bel saggio per comprendere molti fenomeni moderni, affrontato con lucidità critica e con rigore storico.
Alain de Benoist, Ripensare la guerra. Dallo scontro cavalleresco allo sterminio di massa, coll. "Quaderni", 1, Milano: ASEFI-Terziaria,1999, trad. Marco Tarchi.