Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
APOLOGIA DEL LOTTO
1 Don Luca, uomo rotto,
Ma onesto Piovano,
Ha un odio col Lotto
Non troppo cristiano
È roba da cani
Dicendo a chi gioca
Trastulla coll'oca
I suoi popolani.
2 Don Luca, davvero
È un gran galantuomo,
Migliore del clero
che bazzica in Duomo:
ma è troppo esaltato,
E crede che tocchi
Ai preti aprir gli occhi
Al mondo gabbato.
3 In oggi educare
O almeno far vista,
È moda; il collare
Diventa utopista;
E ognuno si scapa
A far de' lunari,
Guastando gli affari
Del trono e del papa,
4 Il giuoco in complesso
È un vizio bestiale,
Ma il Lotto in sè stesso
Ha un che di morale :
Ci avvezza indovini,
Pietosi di cuore ;
Doventi un signore
Con pochi quattrini.
5 Moltiplica i lumi,
Divaga la fame,
Pulisce i costumi
Del basso bestiame.
Di fatto lo Stato,
Non punto corrivo,
Se fosse nocivo
L'avrebbe vietato.
6 Lasciate, balordi,
Che il Lotto si spanda,
Che Roma gli accordi
La sua propaganda.
Si gridi per via;
Cristiani, un bel terno!
S'aiuti il Governo
Nell'opera pia.
7 Di Grecia, di Roma
I regi sapienti
Piantavan la soma
Secondo le genti;
E a norma del vizio
Il morso e lo sprone :
Che brave persone!
Che re di giudizio!
8 Con aspri precetti
Licurgo severo
Corresse i difetti
Del Greco leggiero,
E Numa, con arte
Di santa impostura,
La buccia un po' dura
Del popol di Marte.
9 O tisici servi
Dal cor di coniglio
Vi fodera i nervi :
Un tempo corrotto,
Perduta ogni fede,
È gala se crede
Nel giuoco del Lotto,
10 Lasciate giocare,
Messer Galileo;
Al verbo pensare
Non v'è giubileo,
Studiar l'infinito ?
Che gusto imbecille !
Se fo le sibille
Non fo l'inquisito.
11 Un giuoco sì bello
Bilancia il Vangelo
E mette a duello
L'inferno col cielo :
Se il diavolo è astratto,
Un'anima pia
Implora l'estratto
Coll'Ave Maria.
12 Per dote sperata
Da pigra quintina
La serve piccata
Fa vento in cucina ;
La pappa condita
Cogli ambi segnati
Sostenta la vita
Di mille affamati.
13 Se passa la bara,
Del morto ogni cosa
Domandano a gara,
Oh gente pietosa !
Eh! un popol di scettici
Non piange disgrazie,
Ma giucoa le crazie
Sui colpi apoplettici.
14 Se suonano a gonga
Ci vedi la piena :
Ma in quella vergogna
Si specchia e si frena?
Nel braccio ti dà
La donna vicina,
E dice. Berlina
Che numero fa?
15 Ah! Viva la legge
Che il Lotto mantiene:
Il capo del gregge
Ci vuole un gran bene;
I mali, i bisogni
Degli asini vede,
E al fieno provvede
Col Libro de sogni.
16 Chi trovasi al verde
L'ascriva a suo danno:
Lo Stato ci perde,
E tutti lo sanno.
Lo stesso piovano,
In fondo, è convinto
Che a volte ci ha vinto
Perfino il Sovrano.
17 Contento del mio,
Nè punto nè poco,
Per grazia di Dio,
m'importa del giuoco;
Ma certo, se un giorno
Mi cresce la spesa,
Galoppo all'impresa
E strappo uno storno.
_________________________________________________________
METRICA: ottave di senari piani, rimati secondo lo schema ababcddc
Questa poesia venne scritta nel 1838, ancora una volta Il Giusti utilizza l'arma della satira per mettere alla berlina vizi e comportamenti degli uomini comuni di cui condanna la propensione al gioco d'azzardo che in generale bolla come "vizio bestiale" , ma il gioco del Lotto ha, secondo il poeta, un qualcosa di morale in quanto ci abitua a diventare indovini dandoci la possibilità di poter diventare ricchi con pochi soldi. La poesia può essere divisa in due parti: nella prima parte il Giusti sembra difendere il gioco del Lotto affermando "Lasciate, balordi, Che il Lotto si spanda", ma si tratta di una finzione perchè poi manifesta il proprio giudizio in maniera inequivocabile: il gioco del Lotto è il mezzo attraverso il quale lo Stato alimenta i sogni del popolo suddito, ma lo Stato stesso con il Lotto ci perde. Il Giusti però non dice in che cosa consista la perdita dello Stato, tuttavia è chiaro che egli non si riferisce alla perdita finanziaria, visto che da sempre lo Stato, rimpingua le casse dell'erario attraverso le lotterie, ma alla perdita della moralità dei propri sudditi che si rovinano giocando al Lotto sperando nella grande vincita che risolva una volta per tutte i propri problemi. Bisogna infine notare che il Giusti presenta sempre come macchiette tutti gli attori del tempo: sovrano, clero e popolo vengono ridicolizzati e accomunati nel vizio del gioco del Lotto a cui però non esclude di puntare, nel caso in cui gli dovessero aumentare le spese.
_______________________________________________________
1 Don Luca (il poeta usa un nome di fantasia) uomo dai modi bruschi e spicciativi ma onesto parroco, ha nei confronti del Lotto, un sentimento di odio nei confronti del Lotto e dice a chi vi gioca che è roba da cani mentre diverte i suoi popolani con il gioco dell'oca.
2 Don Luca davvero è un gran galantuono, migliore del clero che frequenta la cattedrale cittadina, ma è troppo estremo nel suo giudizio (il Fanfani ha inteso il termine "esaltato" nel senso di ironico) e crede come tutti i preti che il suo compito debba essere quello di fare aprire gli occhi alla gente che viene imbrogliata.
3 Oggi è di moda educare o almeno far finta; i preti (il collare) diventano utopisti (nel senso che perseguono fini irrealizzabili). E ognuno si prodiga (si scapa) a elaborare teorie educative a vantaggio del popolo che mettono i bastoni tra le ruote al sovrano e al papa. Commentando questo passo Pietro Fanfani scrive «Forse il poeta alludeva, oltre che al Gioberti e al Ventura, grandi utopisti di quel tempo, al benefico Lambruschini, al piovano Malenotti, al padre Pendola, al padre Bernardino, e ad altri tali che su diedero pensiero di tale educazione ».
4 Il gioco in generale è un vizio bestiale ma il Lotto rispetto agli altri giochi ha una sua moralità in quanto ci abitua a prevedere il futuro e a essere generosi nello scambiare le informazioni l'un con l'altro ( il poeta allude alla complicità che vi è tra giocatori quando si devono scambiare informazioni sul significato dei numeri). Con il Lotto puoi diventare ricco giocando pochi soldi.
5 Il gioco del Lotto sviluppa l'intelligenza in quanto ognuno si deve sforzare ad interpretare i sogni, inganna la fame, rende i comportamenti del popolino meno avvezzi al vizio (pulisce i costumi). Di fatto lo Stato che non è solito chiudere un occhio, lo avrebbe vietato se fosse stato nocivo.
6 Lasciate balordi (Il poeta si rivolge a coloro che vogliono educare il popolo) che il Lotto si diffonda, che gli ecclesiastici gridino per la via pubblica "Cristiani è uscito un bel terno", si dia un aiuto al Governo a diffondere il gioco del Lotto (S'aiuti il Governo/ Nell'opera pia).
7 I sapienti governanti della Grecia e di Roma imponevano delle tasse (Piantavan la soma) secondo le caratteristiche dei loro sudditi; e a seconda dei vizi del popolo mettevano il morso per frenarli ( il poeta si riferisce all'arnese di ferro che si mette nella bocca dei cavalli per frenarli) oppure li spronavano. Che persone sagge, che sovrani pieni di giudizio!
8 Con leggi dure Licurgo corresse i difetti del popolo greco che sempre dimostrò leggerezza, e Numa con l'arte della santa menzogna corresse il carattere un po' duro dei Romani.
9 O gente serva e vigliacca (Dal cor di coniglio che non credi più a niente, è già festa se credi nel gioco del Lotto.
10 Lasciate giocare Galileo, non vi è perdono per chi pensa, studiare l'infinito? Che gusto imbecille, se mi preoccupo invece del futuro non rischio di essere inquisito.
11 Un gioco così bello bilancia la fede persa e mette in contrapposizione l'inferno con il cielo, infatti se il demonio non si manifesta svelando i numeri da giocare, un'anima devota recita un Ave Maria implorando che le venga svelato l'estratto.
12 La domestica spera di farsi la dote vincendo al lotto e per giocare fa la cresta sulla spesa (Fa vento in cucina). Cucinando cibi poco sostanziosi e sognando l ricavato delle vincite di un ambo dà da mangiare a mille affamati.
13 Se passa la bara, ognuno fa gara a domandare qualcosa sul morto. O che pesone pietose! Un popolo di indifferenti e poco avvezzo a credere, non piange le disgrazie ma scommette dei numeri giocando dei soldi su chi è morto di un colpo apoplettico (gioca le crazie: la crazia era una moneta in vigore al tempo in cui il poeta scrisse questa poesia).
14 Se suonano la campana per avvertire che c'è la gogna, vedi accorrere la gente, ma chi vede nell'usanza di mettere qualcuno alla berlina come un monito? La donna che ti sta vicino, ti tocca un braccio e ti chiede "la berlina a che numero corrisponde?".
15 Viva la legge che mantiene il Lotto, il sovrano ci vuole un gran bene, vede i mali e i bisogni degli asini e provvede ai loro bisogni con il libro dei sogni.
16 Chi si trova al verde, lo ascriva a suo danno: lo Stato ci perde con il gioco del Lotto, lo sanno tutti. Lo stesso parroco, in fondo è convinto che ha volte ha vinto al Lotto persino il Sovrano.
17 Io sono soddisfatto di quello che ho e non scommetto e per grazia di Dio poco mi importa del gioco, ma è certo che se un giorno mi dovessero crescere le spese, corro al banco del Lotto e strappo il biglietto. Il Fanfani spiega che «Quando è chiuso il termine di poter giocare, gli impresari dei vari banchi, o botteghini come prima si dicevano, giocano molti biglietti a proprio rischio; e ne espongono la lista fuori per allettare i giocatori, che così, ricomprandoli, possono giocare fino al momento delle estrazioni. Questi bigliettisi chiamano gli stormi; e si strappano, perchè, per avere il biglietto, si strappa dalla lista il numero d'ordine, e si mostra all'impresario».