Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Genitori baciapile, ricchi, tirchi, nobili di nascita, ignobili (pare) d'animo.
La madre (una Lisa de' Salimbeni), maligna, arcigna, mezza monaca: Angioliero (il padre), autoritario, usuraio, mezzo frate.
Cecco vien su tra digiuni, devozioni, ipocrisie, spilorcierie.
Abitano, questo e quello, in un tetro palazzo (tetro anche i nome: Torre di Pietramala) posto in fondo ad una straducola ottusa, nel centro di Siena.
Si capisce l'asfissia morale del ragazzo, prima; la ribellione del giovane, dell'uomo, dopo.
Gli danno moglie presto: brutta.
Quando mia donna esce la man dal letto
che sa messa ancor nel fattibello,
non ha nel mondo si laido vasello
che lungo lei non paresse in diletto.
È (come i suoceri) taccagna; per di più rissosa. E Cecco canta:
Poi, quando, fui cresciuto, mi fu dato
per mia ristorazione moglie che garre
da anzi il di in fin al ciel stellato;
e il suo garrir paion mille chitarre.
Nonostante la feconda cinque volte. Ama, però nel contempo, una giovane plebea di Fontebranda, figlia di un pellaio, maritata a un avaro, prezzolata bagascia.
Canta Cecco, la foiosa brama che ha di lei; la malinconia (la chiama così) che lo invade per la difficoltà (è povero) di possedere la donna; la gioia, infine, tutta bestiale, d'aver raggiunto lo scopo. Canta questo fango: ma vi getta sopra se non peplo d'oro della poesia (che non è da lui) almeno il guarnello dell'arte.
Ecco il suo merito, la gloria nella sua infamia.
L'uomo (giocatore, gozzovigliatore, cinico, teppista, disertore, odiatore del padre e della madre, insaziabile micco, amico di sodomiti -Ciampolino, Lano, Corso di Corsano - e sodomita egli stesso), scisso dall'artista, sarebbe stat9 soltanto un complicato abbozzo criminale; ma l'artista, ponendo il proprio suggello sulle gesta del malvivente, quasi (foscamente, direi) le innalza e le trasfigura.
L'odio, per esempio, il suo lungo e basso odio contro il padre, espoìlode, alla morte di questi, in un grandioso se pur diabolico, tripudio:
Non si disperin quelli dell'Inferno
po' che n'è uscito un che v'era chiavato
il quale Cecco ch'è così chiamato
che vi credea di stare 'n sempriterno.
Ma in tal guisa è rivolto 'l quaderno
che sempre vivarò glorificato,
po' che messer Angiolier è scoiato,
che m'afrigiea di state e di verno.
Il Boccaccio scrisse di Cecco che "bello e costumato uomo era".
Ma ciò (specie la costumatezza) smentiscono el sue rime.
Chi, nell'anno domini 1937, ha inciso, finalmente sopra un pezzo di sorbo l'autentico ceffo del cantore di Bacchina è Mastro Pietro da Settimello.
E vedasi l'impronta di quel legno, e si vedrà più addentro nell'animaccia torba dell'immortale senese.