Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
JULIUS EVOLA
Rivoluzione dell'alto
"Una caratteristica generale dei tempi ultimi è l'urgenza, la spinta e l'azione di rottura esercitata partendo dal basso, e in funzione del basso, sulle strutture esistenti sociali e culturali: il che corrisponde al solo significato proprio e legittimo del termine «sovversione»".
Con queste parole inizia un articolo di Julius Evola intitolato "Rivoluzione dall'alto" pubblicato sul quotidiano "Roma" agli inizi degli anni '70 e presente nel volumetto "Ultimi scritti" per le edizioni Controcorrente edito nel 1977. In questo articolo Evola ribadisce la necessità di un'azione rivoluzionaria che parta dall'alto e prende le distanze dall'azione di rottura di quelle forze sovvertitrici che partono dal basso "dal basso, inteso con riferimento sia a strati sociali inferiori, sia a valori inferiori".
Pur riconoscendo la legittimità di una rivolta verso il mondo moderno, la società borghese e il capitalismo, egli ritiene che tale azione abbia come unico riferimento la cosiddetta "giustizia sociale" e rivendica la giustizia distributiva basata sul principio del "suum cuique" e che trova i suoi riferimenti in Aristotele e Cicerone.
Una giustizia così concepita e al servizio della "cosiddetta «classe lavoratrice » a scapito degli altri ceti", viene definita da Evola pseudo-giustizia partigiana in quanto stimola esclusivamente le rivendicazioni del ventre mentre il principo della reazione a cui egli si richiama deve avere come fine ultimo i "valori qualitativi, aristocratici e spirituali".
Nel quadro del complesso orizzonte politico e sociale a cui fa riferimento Evola prosegue la sua critica verso due altri fenomeni del mondo contemporaneo: la psicanalisi e il moderno irrazionalismo; pur ricoscendo la legittimità della critica contro il feticismo della ragione e della intellettualità astratta non ne condivide gli esiti che hanno finito col privilegiare la sfera dell'irrazionale e dell'inconscio.
Evola ha elaborato la sua riflessione facendo spesso riferimento agli aspetti molteplici e contradditori della società e della cultura del tempo, può quindi oggi apparire insopportabile la sua feroce critica all'idea della cosiddetta "giustizia sociale" diventata un totem intoccabile a cui tutti fanno continuamente riferimento per lucrare il consenso degli strati popolari che vivono qualsiasi forma di disagio.
Egli che non cercava il consenso dei contemporanei, era ben conscio del fatto che in una democrazia la giustizia sociale è uno slogan privo di senso in quanto le più grandi differenze sociali si realizzano proprio in un sistema in cui l'unica cosa che conta è il profitto. Se la democrazia realizza la giustizia sociale è un problema ancora aperto, resta il fatto che la difesa dei ceti inferiori è una fandonia che ha il solo obiettivo di legittimare i propri previlegi. Molti di coloro che vengono dal basso vorrebbero accedere alla cerchia di coloro che vivono di privilegi e di ingiustizia sociale, quel che conta è solo risolvere (economicamente) la propria situazione personale, in questo senso la rivoluzione dal basso si è attuata con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Il tempo di una rivoluzione in nome di valori proletari è trascorso, ma la crisi delle strutture politico-sociali, culturali ed intellettuali è ancora in atto e sembra lontana la sua parabola discendenteIl mondo globalizzato è sempre più un mondo competitivo ed ingiusto dove si sgomita per prevalere.
Che questa crisi investa anche gli aspetti più squallidi dell'esistenza è fuori di dubbio, senza una rivoluzione interiore che faccia riferimento a valori autentici e veri non ci può essere alcuna giustizia sia nell'ambito pubblico che in quello privato.
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