Storia della filosofia, letteratura e recensioni librarie
Leibniz distingue due tipi di verità: le verità di fatto e le verità di ragione, le prime si riferiscono a fatti che vengono percepiti e nei confronti dei quali vengono espressi dei giudizi; le seconde esprimono invece il rapporto esistente tra concetti o tra essenze mentali. Le verità di fatto riguardano il mondo dell'esperienza e si riferiscono ad oggetti o fatti particolari, le verità di fatto si riferiscono alla sfera della logica e hanno a che fare con il mondo dei concetti.
Dato che le verità di fatto si riferiscono ad oggetti particolari, la loro esistenza è casuale e accidentale, le verità di ragione invece dato che riguardano il mondo dei concetti, sono verità necessarie ed universali. Ciò che legittima le verità di ragione è il principio di contraddizione in base al quale "Impossibile est idem simul esse, et non esse - Non si può insieme affermare e negare lo stesso predicato dello stesso soggetto sotto lo stesso punto di vista". Quando si parla di necessità a proposito delle verità di ragione significa che questo tipo di giudizi devono necessariamente non trasgredire il principio di contraddizione, in altre parole deve essere espressa l'identità tra soggetto e predicato (principio di identità), se si negasse questa identità, verrebbe dichiarato non-identico ciò che è identico. La categoria della contraddizione assume in Leibniz una valenza logica e metodologica per il pensiero e coincide con quella di identità: in un'affermazione in cui l'attributo distrugge il soggetto, il giudizio non sarebbe più necessario e infallibile ma contingente; ciò significa che noi vedremmo delle verità che sono vere ma che possono anche non esserlo. Al contrario le verità di ragione, almeno sul piano formale, non possono essere false.
Un esempio può fare comprendere meglio questo concetto: se io dico (semplificando al massimo) che un aereo per volare ha bisogno di osservare la legge della portanza, posso affermare che si tratta di un'affermazione vera semplicemente perché se in un velivolo l'aria non scorresse in parte sopra e in parte sotto l'ala, non potrebbe volare in quanto verrebbe contraddetta la legge della portanza. Nell'esempio fatto l'attributo è "di osservare la legge della portanza", se la si negasse la verità non sarebbe più necessaria. Sotto questo punto di vista è impossibile affermare che un aereo possa volare sia osservando che non osservando la legge della portanza.Tuttavia è bene tenere a mente che nell'esempio fatto ci muoviamo in un ordine di idee che tiene in considerazione il rispetto delle leggi della fisica ossia di qualcosa di tangibile e dimostrabile, mentre Leibniz si spinge oltre affermando che il principio di contraddizione sta alla base delle verità pure e che prescinde dalla contingenza muovendosi nell'ordine delle idee, un esempio di verità pure può essere il seguente assioma: "per due punti dello spazio passa una e una sola retta". Questo assioma, come tutti gli altri, è dotato di una verità intuitiva, la cui validità puramente formale non può essere contraddetta ed è libera da ogni contenuto empirico. L'obiezione che si potrebbe fare a questo punto è che Leibniz si riferisce ad un ragionamento logico-formale scevro da qualsiasi contatto con il mondo empirico, si tratta di un'obiezione pertinente perché proprio questo è il nocciolo della questione. Se infatti ci spostiamo dall'ambito logico formale e portiamo gli assiomi della geometria sul terreno della sperimentazione ci sposteremo nell'ambito della geometria pratica che si basa essenzialmente sull'esperienza e non solo su verità formalmente corrette. In questo senso la geometria euclidea è frutto dell'esperienza e perviene a delle verità in seguito all'osservazione della realtà. In ogni caso anche qualora si volessero mettere alla prova i principi della geometria pratica, varrebbe sempre il principio della contraddizione in quanto è sempre possibile dare una dimostrazione indiretta del giudizio affermato come vero.